T_rame

2 aprile 2012

Sottili. Come le vibrazioni che legano opera e spettatore, come le insidie del ragno. È la tela sensibile che, tra energia e leggerezza, avviluppa la personale di Daniela Di Maro. Il filo conduttore è la Natura…

Daniela Di Maro_Cuprum_veduta dell'installazione. Courtesy Dino Morra, Napoli

Partiamo dall’inizio. Da dove nasce l’idea di questi “ricami botanici” in filo di rame?
L’idea nasce circa un anno fa, da una serie di discussioni intraprese con Massimo Scamarcio, artista sonoro con il quale ho collaborato per la realizzazione di alcuni miei progetti. Si ragionava sulla possibilità di utilizzare il materiale che componeva le linee del disegno, per condurre energia. Quella che mi è sembrata più indicata è stata la scelta di utilizzare il rame come vero e proprio filo da ricamo, viste le sue caratteristiche di duttilità e conducibilità elettrica. In un secondo momento, il soggetto “botanico” è stata una sorta di conseguenza, poiché l’intenzione era quella di animare qualcosa attraverso i fili. Mi è parso coerente rappresentare delle piante dalle caratteristiche particolari e far sì che dentro di loro scorresse un’energia altrimenti impalpabile, capace di animarle e farle risuonare. Un’energia che io definisco “linfa elettronica”.

Cuprum, ovvero ‘rame’, si qualifica subito come “installazione interattiva”. In che modo la tua opera interagisce con l’ambiente e con i visitatori?
Cuprum è una delicatissima installazione con circuiti, cavi e componenti a vista, che reagisce al mondo esterno. È, in pratica, un dispositivo tecnologico che diviene un organismo vivente autosufficiente, in grado di avviare un processo di “fotosintesi artificiale”, trasformando una fonte di energia come la luce in sonorità simili a quelle che si possono ritrovare in un ambiente naturale. Ciò avviene grazie a piccoli pannelli solari, posizionati sotto ai ricami, che convogliano i raggi luminosi verso circuiti che filtrano la luce, la trasformano in sonorità eterogenee, emesse poi dai buzzers posti più in alto. In base all’intensità della luce, il suono viene modulato, generando eventi mutevoli ed incontrollabili. Ad esempio, durante l’opening è successo che, con la presenza di molte persone e delle relative ombre, sia la luce diretta che quella riflessa sulle pareti bianche della galleria arrivavano ai pannelli in misura molto ridotta, abbassando non solo l’intensità dei suoni ma variandone anche la frequenza e la timbrica.

Passiamo ad Aracnometrica. “Protagonista” del video è un ragno, creatura affascinante e, al contempo, raccapricciante. C’è l’intenzione di sfatare un pregiudizio, di superare un limite, una fobia?
Molto probabilmente, è un gesto fatto anche per me stessa, inspiegabilmente turbata dalla presenza di tante zampe in un’unica creatura. Non credo si tratti di aracnofobia, ma di qualcosa di simile… In realtà, tutte quelle zampe sono la perfetta espressione morfologica delle necessità predatorie che gli permettono la costruzione di quelle incredibili architetture naturali che sono le ragnatele.
Comunque, direi che l’intento principale del lavoro è quello di porre l’attenzione su un essere tanto piccolo ed apparentemente insignificante da non essere mai percepito come “protagonista” della scena, ma che in realtà ha un ruolo ben preciso a livello ecosistemico. Ho trovato di grande ispirazione una piccola pubblicazione del 1939 intitolata “La grande lezione dei piccoli animali” nella quale l’autore, Marcel Roland, racconta di “animali minuscoli in gran parte trascurati, ritenuti insignificanti, qualcuno repellente addirittura”, e scende alla loro scala raccontandone i comportamenti con esattezza scientifica e prosa suggestiva. Questo mi riconduce al pensiero del primo Lovelock, il quale sostiene che “ogni azione esercitata anche dal più piccolo degli esseri che abitano il Pianeta, ha un’incidenza su di esso“… Ecco il perché di Aracnometrica e della prossima serie video che dedicherò ad altri microscopici abitanti della Terra.

C’è un parallelismo tra la paziente tessitura dell’insetto e il tuo metodo di lavoro?
Non so bene se si possa parlare di parallelismo, ma di certo, molti dei miei progetti richiedono un lavoro meticoloso e paziente. Ne è un esempio quello dei ricami elettronici: sul retro dei fogli è possibile vedere l’intricata trama che ho dovuto costruire affinché il sistema funzionasse al meglio.
Inoltre, anche quando lavoro con il disegno e durante il montaggio di alcuni video, subentra una grossa componente meditativa che mi porta in uno stato di quiete assoluta.

         

Natura e tecnologia: un rapporto ecosostenibile?
Per rispondere a questa domanda, riporto quello che ho affermato in una precedente intervista, perché sintetizza in maniera efficace il mio pensiero: “La mia volontà è quella di far convivere pacificamente due condizioni tanto contrastanti come la tecnologia e l’idea della Natura. Per alcuni versi, mi ricollego a quanto teorizzato da Gillo Dorfles nel suo Artificio e Natura: «Dobbiamo dunque, per ottenere un miglioramento della situazione attuale, innanzitutto ‘riscattare l’innaturale’, trasformare eventi artificiali in eventi naturali, o ‘naturalizzati’, attraverso un’azione di volontà e di conoscenza». E ancora, in riferimento alla questione della tecnologia come strumento di riavvicinamento tra l’uomo contemporaneo e l’ambiente, dicevo che è difficile capire fino a che punto la tecnologia riesca ad avvicinare l’uomo alla natura, ma di sicuro mi permette di raccontare quest’ultima nei luoghi dove non è prevista”.

Metaforicamente… a chi “fa il filo” Daniela Di Maro? Chi sono i tuoi modelli, gli artisti che prediligi?
Sono affascinata dai percorsi di ricerca di molti artisti, ma non credo di avere dei precisi modelli di riferimento. Ogni volta che mi viene fatta questa domanda, la prima cosa che mi viene in mente sono le installazioni di Rebecca Horn, così poetiche ed essenziali, fatte di esili meccanismi in movimento. Di sicuro ho guardato con parecchio interesse a molti artisti dell’Arte Povera, tra cui Penone e Calzolari, oltre ovviamente che ai grandi nomi della Land Art. Poi ancora le videoinstallazioni di Plessi e Viola, le atmosfere oniriche ed ipnotiche dei video di Pipilotti Rist. Poi, restando in ambito “tecnologico”, mi piacciono alcuni interventi sonori di Carsten Nicolai, le sottili interazioni che si generano tra spettatore e opera nelle ambientazioni di Olafur Eliasson, e la natura ipertecnologica del lavoro di Makoto Sei Watanabe.

E quali le tue fonti d’ispirazione?
Sono i fenomeni naturali a fornirmi la maggior parte degli input. Attualmente, gli spunti più interessanti li ritrovo nell’osservazione e nello studio dei comportamenti di animali, di piante e di tutto ciò che compone la biosfera.

         

Dopo gli studi e le prime esperienze a Napoli, adesso vivi a Milano. Come ha influito il “trasloco” sulla tua evoluzione artistica?
Di sicuro frequentare una realtà differente e molto più eterogenea rispetto a quella che conoscevo ha influito sul mio processo di crescita. Inoltre, qui ho trovato una dimensione molto positiva nelle collaborazioni con professionisti in grado di dare un grosso contributo alla risoluzione delle complessità affrontate nei miei progetti. Tra le più interessanti, citerei quella con il Dipartimento di Informatica dell’Università Bicocca di Milano, in particolare con gli sviluppatori software Diego Bernini e Simone Bonetti e con gli ingegneri del suono del Laboratorio Creativo Geppetto, che hanno realizzato i circuiti per Cuprum.

In ogni caso, il capoluogo campano resta per te un buon palcoscenico. Oltre alla personale in corso, hai vinto la prima edizione del concorso “Un’opera per il Castello”…
La cosa buffa è che, da quando vivo lontano da Napoli, questa sembra richiamarmi spesso a sé, offrendomi interessanti opportunità come la personale da Dino Morra. Preceduta, appunto, dall’inaspettata vincita del concorso per Castel Sant’Elmo, che mi porterà a realizzare prossimamente un’opera molto complessa dal titolo Anastatica sensibile. Si tratta di un lavoro site specific che dialoga con lo spazio e con i suoi visitatori tramite un complesso sistema interattivo. Infatti, necessita degli spettatori per innescare, in maniera ciclica e programmata, un processo di vera e propria resurrezione rivolta alla parte organica che compone l’installazione. Anastatica, dal greco ανάσταση, significa appunto resurrezione.

Daniela Di Maro_Cuprum_A cura di Chiara Pirozzi_Napoli, Dino Morra Arte Contemporanea

(9 marzo-12 aprile 2012)

schoeneman.hilario@mailxu.com