Archivio / Arte Contemporanea

Artecinema si veste di rosa

19 ottobre 2017

Non è autunno, se non è Artecinema. Edizione numero ventidue per la rassegna curata da Laura Trisorio, con ricca collaborazione di partner istituzionali e sponsor privati. Del resto, sostenere tre giorni di proiezioni non stop (dalle 16 alle 24) di film e documentari sull’arte è uno sforzo notevole, anche per il pubblico. Che cresce costantemente, andando ben oltre i soliti addetti ai lavori: dagli studenti delle scuole medie e superiori ai detenuti del carcere di Secondigliano e deIl’Istituto Penale Minorile di Nisida.
Com’è ormai tradizione, sarà il Teatro San Carlo ad ospitare stasera alle 20 la serata inaugurale (prenotazione obbligatoria al costo di 10 euro): apre Francesco Arena che, seguito dall’occhio del regista Domenico Palma, fa viaggiare un masso di granito rosa tra Milano, la Gallura e Capri; mezz’ora dopo, David Pujol ripercorre i forti legami fra Salvador Dalì, la sua terra e la sua famiglia.
Carta d’identità alla mano (indispensabile per avere le cuffie della traduzione simultanea), da venerdì a domenica si torna nella storica casa del Festival: il teatro Augusteo. Tra grandi classici e curiosità da tutto il mondo, ampio il focus sulle donne: dalla carrellata di fotografe, raccontate da Julie Martinovic e Manuelle Blanc in “Objectif femmes”, alla mostra virtuale di ventiquattro “colleghe” messa a punto dall’americana Jenny Holzer (che, per inciso, dieci anni orsono ideò per Piazza del Plebiscito uno dei suoi suggestivi “truism”, ovvero sentenze). E se Louise Bourgeois è morta quasi centenaria attraversando i due millenni, finì a soli 34 anni la vita di Eva Hesse, nata ebrea nella Germania hitleriana, le cui sculture tattili irruppero negli anni ’60 sulla scena newyorchese. Gioca in casa, infine, la napoletana Marisa Albanese, che Fiamma Marchione ha seguito passo passo nel suo studio, mentre lavora sui temi del nomadismo e delle migrazioni.
Tanto per stare sul pezzo, il programma propone nomi attualmente al centro di importanti appuntamenti in Laguna, a ridosso della Biennale (come David Hockney o Jan Fabre), o anteprime di progetti come Take Me (I’m Yours), dal 31 ottobre all’Hangar Bicocca di Milano, dove ciascun visitatore è invitato a fruire liberamente delle opere, toccandole, mangiandole o addirittura portandosele via. E se pensate che questa sia una stravaganza, aspettate di vedere “Man and Might”, nel quale la protesta politica dell’artista russo Pyotr Pavlensky si esprime in una serie di azioni a dir poco forti, quali cucirsi la bocca, inchiodare il proprio scroto al selciato della Piazza Rossa, dare fuoco alla porta della sede dei servizi segreti russi.
Per chi desiderasse qualcosa di più tranquillo, c’è sempre la celestiale videoarte di Bill Viola, di recente ammirato a Firenze; e si resta nella città del giglio per ricordare l’apparizione di Antony Gormley a Forte del Belvedere, quattro anni fa.
Finito? Neanche per sogno! Mancano ancora all’appello la copiosa pagina dedicata all’architettura (Frei Otto, Tadao Ando, il disegnatore di “giardini” Piet Oudolf e la Green School di Bali, interamente costruita in bambù) e, in ordine sparso, Picasso e i fotografi, Enzo Cucchi, Paolo Canevari, Josef Koudelka.
Per non interrompere il viaggio, chi volesse andare a prendere una boccata d’aria o a scambiare quattro chiacchiere, troverà nel foyer il video di Sebastiano Deva ispirato alle “Quattro visioni dell’Aldilà” di Hieronymus Bosch. Realizzato per l’esposizione-evento di Palazzo Ducale a Venezia, terminata nel giugno scorso, si configura come un’esperienza “immersiva” nel polittico dell’inquietante e onirico genio fiammingo.

(Articolo pubblicato sul Roma, 19 ottobre 2017)

Se un pupazzo sfida la griffe

14 ottobre 2017

varuna

Mostriciattoli, occhi gocciolanti, sfere e piramidi, disegni anatomici, titoli di giornali e soprattutto Tuty, “curiosa entità molecolare rossa” che, con i suoi dentoni, gli occhi tristi e gli arti filamentosi, guizza attraverso un microcosmo colorato, liquido, pazzo. Chi comprerebbe o non comprerebbe queste opere? Eppure, nel mondo dell’arte, l’imprevisto è dietro l’angolo e ritrovarsi nel purgatorio dei magazzini è un rischio che tutti corrono.
Per il terzo episodio del ciclo “Primo Mercato” allo Spazio Nea (visitabile fino al 20 ottobre), il curatore Marcello Francolini sceglie Elio Varuna, tra i nomi di punta del Lowbrow italiano. Partito da un titolo che, in una logica capitalista, equivale a un marchio d’infamia: “Unsold”, cioè “invenduto”. Negletto, o rifiutato, perfino quando il cosiddetto “prezzo di riserva”, ovvero il minimo che il venditore è disposto ad accettare in via confidenziale per l’oggetto messo all’asta, non è riuscito a sedurre alcun compratore. Sicché se una, due, tre volte un suo lavoro non viene acquistato, la carriera di un artista può risultare compromessa.
Varuna prova a variare questo meccanismo, conferendo egli stesso, a priori, un valore al proprio “prodotto”. Valore che però si rivela frutto di una rapina, poiché a rendere appetibili e prestigiosi i dipinti proposti è la calamita di un marchio già consacrato dal successo planetario: il fiore a quattro petali e il monogramma di Louis Vuitton, che l’artista personalizza sostituendovi le proprie iniziali. Un’irriverente competizione tra un colosso del lusso e un Pop a presa rapida, che opera una contraffazione ironicamente necessaria alla propria sopravvivenza e tutto sommato innocente, se si pensa ai conti truccati e gonfiati dagli squali dell’economia globale, generatori di una catastrofe strillata dai “coccodrilli” dei giornali finanziari. Crollato il mito del Vecchio Continente, ne resta almeno la mitologia, richiamata da un’incisione d’epoca in cui Europa viene trascinata via sulla groppa di Zeus trasformatosi in toro (guarda caso animale simbolo di Wall Street).
In una surrealtà talvolta meno assurda della realtà, volteggia molle e festosa Tuty: immagine originale, non brand, che sfida leggi del mercato salendo alla costellazione dell’Utopia.

(Articolo pubblicato sul Roma, 12 ottobre 2017)

Quante idee nell’arte “Made in Naples”

28 settembre 2017

Il primo amore, quello che non si scorda mai, fu un Mario Schifano del 1970: “Paesaggio anemico”. Il secolo breve era agli sgoccioli quando Fabio Agovino iniziava una collezione che, in circa vent’anni, è arrivata a comprendere oltre centocinquanta tra pitture, installazioni, video, sculture e fotografie. Pezzi acquistati dopo attenta riflessione o, al contrario, improvvisi colpi di fulmine, che di tanto in tanto traslocano dalla dimora abituale di Palazzo Sessa per stabilirsi temporaneamente in centri internazionali come il Moma Ps1 di New York o il Parasol Unit di Londra. (altro…)

fritter.raven@mailxu.com