Archivio / Arte Antica e Moderna

Longobardi countdown

14 dicembre 2017

Lastra di ambone con pavone dalla basilica di San Salvatore a Brescia, 760-770, Marmo bianco a grana media, 73 x 122 x 6-7,5 cm, Brescia, Museo della città, Santa Giulia

Stanno arrivando. O meglio. Stanno tornando. Longobardi in Campania, mille anni dopo.
Chiusa la tappa pavese, al Museo Archeologico il comitato d’accoglienza per il “popolo che cambia la storia” è già all’opera per l’allestimento di una mostra cui hanno contribuito circa settanta prestatori, e che ha già registrato un’affluenza record in quella che fu la capitale del Regno fino alla caduta del re Desiderio per mano di Carlo Magno (ricordate l’Adelchi di Manzoni?). Sfondata infatti a Pavia la quota delle 54mila presenze, ben oltre il traguardo prefissato, ovvero la mostra sul Bergognone che, nel 1998, aveva chiuso con quasi 35mila biglietti staccati.
Appositamente ampliata con un focus su San Gennaro, la trasferta napoletana (a partire dal 21 dicembre) dispiegherà il frutto di oltre quindici anni di ricerche in uno spazio emblematico del crogiuolo di culture che il Mezzogiorno dovette essere anche nei quasi cinquecento anni della “Langobardia minor”. Spazi più ampi delle Scuderie del Castello Visconteo, che hanno un po’ faticato a contenere i visitatori desiderosi di scoprire e ammirare gli splendidi ori, le monete, le sculture, i codici, gli scheletri e altri documenti relativi ad una civiltà che, nel Medioevo, si spartì con i Bizantini una Penisola squassata dalla caduta di Roma e dall’ondata di invasioni successive. E che – a dispetto di politicanti novelli storiografi – nel Meridione ebbe vita più longeva, se è vero che solo dopo il Mille i Longobardi cedettero ai nuovi dominatori normanni.
Da un certo punto di vista, potrebbere sembrare la solita storia di una terra colonizzata e popolata a macchia di leopardo da forestieri, per giunta non sempre legati da rapporti di buon vicinato. Li testimonia, ad esempio, la lapide del gastaldo Ausenzio, incaricato dal principe Sicardo di difendere il castello di Nola dalle scorrerie dei Napoletani, chiamati “Romani” in quanto sudditi dell’Impero d’Oriente (se si osservano le cartine, solo la costa ai piedi del Vesuvio, il “tacco” e la “punta” dello Stivale rimasero bizantini, estranei all’espansione di ducati e principati); bello e valoroso, l’aristocratico perì a 37 anni, dopo aver ingaggiato un eroico combattimento contro una banda di “latrunculi Parthenopenses”. Però, neppure tra loro i Longobardi del Sud andavano troppo d’accordo, visto che, ad un certo punto, ebbero non una ma ben tre capitali: Benevento, Capua e Salerno, mete imprescindibili nel circuito espositivo che avrà come capofila il Mann. Un Tour della regione, dunque, all’interno di un progetto scientifico rigoroso ma flessibile, che ha ampliato gli orizzonti mettendo in rilievo i debiti, le mescolanze, le convivenze, evidenti tanto al Nord (ad esempio, con i “matrimoni misti” tra Franchi e Longobardi nelle zone di confine) quanto al Sud.
Da Pavia, torneranno a casa le ceramiche del complesso di San Lorenzo Maggiore, prodotte in Africa settentrionale, o quelle del santuario di Santa Restituta a Lacco Ameno, impareggiabili per varietà e qualità produttiva; l’epitaffio sepolcrale del comes Petrus, membro dell’ordine senatorio, proveniente da San Prisco; gli ori di Senise (Potenza), undici manufatti risalenti alla seconda metà del VII secolo, in cui si riconoscono tanto “mani” bizantine quanto longobarde, custoditi nei forzieri del Museo di piazza Cavour; i marmi dalla chiesa di San Felice a Cimitile.
Finita qui? No: nella primavera del prossimo anno, la mostra andrà in viaggio a San Pietroburgo. Non per parlare di Nord o di Sud, ma di una storia che ci fa riflettere su ciò che ci unisce, piuttosto che dividerci.

(Articolo pubblicato sul Roma, 13 dicembre 2017)

Rubens a Milano

25 febbraio 2017

Siamo a cavallo. Così, nel 1600, Pieter Paul Rubens arriva in Italia, per ripartire otto anni dopo. Non tornerà mai più nella sua terra d’elezione, dove, oltre a impadronirsi della grande tradizione artistica, svolge delicate missioni diplomatiche. Per il duca di Mantova Vincenzo II Gonzaga, ad esempio, tratta l’acquisto della “Morte della Vergine” di Caravaggio, poi finita al Louvre dopo i saccheggi delle truppe napoleoniche. Ma non è tutto. Legato agli affetti familiari, agli amici, alle mogli (ne ebbe due), di spirito gioviale, il pittore fiammingo non è solo un cortigiano poliglotta, ma soprattutto un uomo colto, che ama il nostro paese al punto da rendergli omaggio nell’architettura della sua stessa dimora di Anversa, oggi visitatissimo museo. (altro…)

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Violentò Artemisia, oggi è l’oblio

24 febbraio 2017

Bastardo senza gloria, ma con una certa fama. Nel bene e, soprattutto, nel male. È Agostino Buonamici Tassi, che Pietrangelo Buttafuoco ha consegnato ai tipi di Skira in “La notte tu mi fai impazzire”. Breve romanzo “misto di storia e d’invenzione” su un artista noto, più che per la riconosciuta perizia nel paesaggio e nella prospettiva, come imputato nel celebre processo per stupro ai danni di Artemisia Gentileschi, pittrice e figlia di pittore, tenutosi a Roma nel 1612. Vista l’enorme fortuna espositiva e bibliografica toccata alla vittima, assunta a icona femminista, la parabola esistenziale del colpevole rappresentava una sfida rischiosa per il giornalista siciliano, che affronta il cimento a viso aperto, con pagine “umorali”, piene di sangue, saliva, sudori, fetori e specialmente di quella “ricotta del vizio” in cui lo Smargiasso amava sguazzare. Lui, come tanti altri a quei tempi. (altro…)

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