Arte Antica e Moderna

Lacrime e sangue

Anonimo tedesco_ Vlad Dracula_ seconda metà del XVI secolo_ Olio su tela_Vienna, Kunsthistorisches Museum

Uno spettro si aggira per Milano. Canini aguzzi, mani adunche, mantello dal bavero rialzato. Oppure no: sguardo magnetico e pelle diafana, come gli eterni ragazzi di Twilight. Poche figure come il vampiro hanno mostrato una versatilità estetica pari al numero delle metamorfosi tradizionalmente attribuitele. E così il predatore delle tenebre dapprima ha abbrancato l’immaginario popolare, poi la letteratura, infine il cinema (compreso quello porno). Ma, in questo plotone di succhiatori maschi e femmine, spicca soprattutto lui: Vlad III Dracula, il voivoda di Valacchia che per rappresaglia mise a ferro e fuoco la Transilvania senza risparmiare proprio nessuno e che, secoli dopo, alla fama di sadico guadagnatasi in vita avrebbe aggiunto quella di condottiero delle legioni dei non-morti, grazie al capolavoro di Bram Stoker.
E proprio con un excursus sul famigerato principe inizia la mostra in Triennale: didascalica, ricca di pannelli di testo che spiegano di tutto, dalle tecniche di impalamento alle strategie per difendersi da queste demoniache creature oppure riconoscerle (nel caso in cui la decomposizione ne avesse alterato le fattezze, ad esempio, un cavallo nero, condotto in un cimitero, aiuterà a individuare l’avello del dannato). Sfatando alcuni luoghi comuni – sapevate che fino all’Ottocento il pipistrello non era affatto associato al vampiro? -, ricordando i truculenti Peter Plogojowitz ed Erzsébet Báthory e spiegando scientificamente alcuni fenomeni come la crescita dei capelli o delle unghie post mortem, le bocche piene di sangue oppure la presunta esistenza dei cosiddetti nachzehrerv, “masticatori di sudario”.
Storia e leggenda si intrecciano, intorno al nocciolo fondante dell’incontro/scontro tra Oriente e Occidente. Vlad III assurge quindi a stereotipo della “barbarie” slava (con annesso retaggio ottomano), di una natura aspra e ferina che, dopo gli antesignani Polidori (dal cui “Vampiro” pure il prolificissimo Dumas padre, nel 1851, trasse un dramma fantastico) e LeFanu, ritrova il suo filo rosso sangue nel libro di Stoker, uscito nel 1897. Opera “plurima”, come l’impaginazione di una mostra dalle diramazioni molteplici e talvolta a rischio dispersione – vedi lo studiolo arredato da Italo Rota -, ma imprescindibile per chi abbia amato il Dracula di Francis Ford Coppola.
Del film, punto di svolta dell’iconografia “draculesca”, sono esposte tavole dello storyboard e proiettati la sequenza iniziale e, soprattutto, un prezioso documentario della lavorazione, con interviste alla designer nipponica Ishioka Eiko (scomparsa lo scorso anno), intorno ai cui elaboratissimi costumi – Oscar nel 1993 – avrebbe dovuto ruotare il concept dell’intera pellicola. E così vediamo quel mostro di Gary Oldman distruggere pezzo per pezzo l’avveniristica armatura durante un ciak troppo “sentito”, o esalare l’ultimo respiro paludato in un abito ispirato al Bacio di Klimt. La differenza rispetto ai precedenti in celluloide sta nel trasformismo del personaggio: e se la lugubre palandrana del Nosferatu di Murnau evolve in una serie di Vlad in tuba, frac e tabarro, il Dracula di Coppola, attraversando “gli oceani del tempo”, passa dal chilometrico mantello scarlatto del pluricentenario canuto all’impeccabile eleganza di un irresistibile dandy, dando all’intera vicenda quel tocco romantico che anticipa la saga di Edward Cullen e compagni, sui quali oggi le teenager versano fiumi di lacrime.
A questo proposito, la parte hot (installata come una specie di peep show) “blobba” sequenze che esemplificano il carattere fortemente erotico del vampirismo. Il cliché, generalmente, è: visita notturna, ombra che avanza, baci puntualmente coronati dall’estrazione di canini affilati, mentre la vittima soccombe non si sa se per dissanguamento o per deliquio sensuale (peccato, però, non aver dedicato maggior spazio all’opulento e maudit Intervista col vampiro di Neil Jordan).
Spettacolare la carrellata finale sui costumi teatrali selezionati da Giulia Mafai per raccontare, da Giocasta a lady Macbeth e Turandot, il crudele incedere della vamp attraverso i secoli. Fashion e fumetto il binomio, very meneghino, scelto per il finale, con scatti da sfilate che ripropongono outfit vittioriani e la Valentina di Crepax azzannata alla carotide.
Il non morto, a quanto pare, gode di ottima salute.

         

         

         

 

Dracula e il mito dei vampiri_ Milano_ Triennale
(23 novembre 2012 – 24 marzo 2013)
www.draculamilano.com

La norma di Bellini

Giovanni Bellini_ Imago Pietatis_ 1457 circa_ Tempera su tavola_ Firmato: “IOANNES BEL[L]INUS”. Provenienza: acquistata da Gian Giacomo Poldi Pezzoli presso Giuseppe Molteni entro il 1° giugno 1864 ©Milano, Museo Poldi Pezzoli, inv. 1587.

Appare all’improvviso, quel busto tagliato nella pietra bianca. Una fiamma gelida, nell’atmosfera discreta di un piccolo progetto che, calando un poker di Pietà belliniane, fa quel che troppe mostre vetrina spesso trascurano: mettere a confronto versioni differenti e sempre più libere di un medesimo canone iconografico, seguendo al contempo l’evoluzione di un artista, le cui opere inevitabilmente non possono tutte fregiarsi del titolo di “capolavoro”. È un Giovanni Bellini non privo di asprezze e ingenuità, infatti, quello che sul palcoscenico veneziano – illuminato ancora dall’oro orientale – cerca la propria cifra, guardandosi attorno e, soprattutto, dentro casa.
Per lui, figlio di Jacopo e fratello di Gentile, le vicende dell’arte fanno tutt’uno con le storie di famiglia, visti i legami con Andrea Mantegna, marito di sua sorella Nicolosia. Esempio lampante, proprio l’Imago pietatis del Poldi Pezzoli, che dal cognato mutua non solo la durezza di modellato, ma anche lo sfondo (simile a quello dell’Adorazione dei pastori, analogia che ha contribuito ad avallare l’ipotesi di una committenza comune, quella di Borso d’Este, formulata da Keith Christiansen). Sulla tavola di pioppo, contro un cielo intenerito dai toni rosati, l’idolo della akra tapeinosis[1] si staglia nella sua rarefatta bellezza: niente stimmate sulle mani (sebbene la diagnostica dell’ultimo intervento di pulitura le abbia rintracciate nel disegno originario), sangue ridotto al minimo sul costato. Niente a che vedere con la variante “espressionista”, esacerbata e fiamminga, della tavola dell’Accademia Carrara, quadretto di famiglia dolente un po’ più ordinario.
Progredisce Giambellino – e insistente si fa stavolta il richiamo al passaggio padovano di Donatello –  nel Cristo sorretto da due angeli del Museo Correr, dove, grazie all’olio che agevola i preziosi cangiantismi nelle vesti degli angeli (due paffuti bambocci ancora molto patavini), si inizia a sentire il peso della gravità, anche se la pelle si raggrinzisce innaturalmente, come fosse tessuto e non carne viva, nonostante l’impegno nella resa anatomica di muscoli e vene. Una sostanza corporea che si materializza definitivamente, in maniera più umana e calda, nella Pietà di Rimini, dove l’astrazione del fondo totalmente nero dona assoluta centralità ad una resa matura degli affetti, “tagliando” la scena in modo decisamente moderno (soluzione poi saccheggiata da tanta fotografia).
Dopo l’anticlimax finale (un Bastiani e un Vivarini utili comunque ad aggiungere qualche tassello al quadro complessivo), da seguire il video didattico che, sulla scorta del recente restauro, precisa gli aspetti tecnici dell’esecuzione.

         

         

Giovanni Bellini: dall’icona alla storia_ Milano_ Museo Poldi Pezzoli
(9 novembre 2012 – 25 febbraio 2013)


[1] (dal greco)“somma umiliazione”.

Degas possible!

Edgar Degas_ La famiglia Bellelli (Ritratto di famiglia)_1858-1869 _ olio su tela_ 200×250 cm (RF 2210) © RMN (Musée d’Orsay) Hervé Lewandowski – Réunion des Musée Nationaux distr. Alinari

È in giornate come questa che Torino dà il meglio di sé. Nebbia, e quella faccia austera e smorta che i boulevard impastati dall’ovatta domenicale possono solo esaltare. Fortuna che sotto i portici s’intravedono i caffè, che sanno di caldo e di paese. Dietro i cancelli chiusi, il Castello del Valentino è una macchia di luce.
Clima giusto per la mostra di Degas, giunta alle battute finali ma non per questo – anzi forse proprio per questo- meno affollata. More

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