Archivio / Arte Antica e Moderna

L’epopea della Tazza Farnese in un libro

30 settembre 2018

D’ambra, di miele, di fuoco. È questa la luce che, pagina dopo pagina, svela la Tazza Farnese, il più grande vaso inciso del mondo antico. Frutto della collaborazione tra l’archeologa Valeria Sampaolo e il fotografo Luigi Spina, la monografia (5 Continents) affianca all’itinerario per immagini non solo la complessa – e ancora controversa – analisi iconografica del manufatto, ma accompagna i lettori in una storia prestigiosa e alquanto movimentata: realizzato in età ellenistica, probabilmente appartenuto all’imperatore Augusto, questo straordinario oggetto rituale nel Medioevo viaggiò più volte tra l’Oriente e l’Italia (fu “avvistato” anche nel tesoro di Federico II di Svevia), dove tornò dopo la caduta di Costantinopoli, passando dalla corte aragonese di Napoli alle collezioni papali. Da qui, la “scodella” giunse nelle mani di Lorenzo il Magnifico; a metà del Cinquecento si mosse da Firenze insieme a Margherita d’Austria, vedova di Alessandro de’ Medici e sposa in seconde nozze di Ottavio Farnese. L’ultimo, e definitivo, spostamento nel Settecento, quando Carlo III, re di Napoli e (poi) di Spagna, trasferì sul suolo partenopeo l’imponente raccolta di capolavori ereditati dalla madre Elisabetta Farnese.
Donata, venduta, ereditata, la Tazza dunque trovò requie e casa in una città dove aveva già “vissuto”, luogo esso stesso testimone di quelle sedimentazioni cosmopolite che, come gli strati lavorati (e su entrambi i lati!) con mirabile perizia dall’ignoto artigiano alessandrino, sembrano riflettersi nei continui “sballottamenti” di una delle attrazioni dell’Archeologico Nazionale di Napoli. Il Museo per antonomasia che, proprio alle spalle del colossale Ercole Farnese, riserva una serie di stanze alle antiche chicche della glittica: gemme e pietre, anche piccolissime, incise con arte squisita.
Regina della sezione, con i suoi 21 cm di diametro, questa phiale dal soggetto – politico o esoterico? – non ancora del tutto precisato, che Sampaolo tenta di chiarire ricapitolando le ipotesi finora formulate. E quello relativo all’interpretazione della scena interna non è l’unico dei problemi che la Tazza continua a porre, a partire dalla sua stessa denominazione: taluni infatti preferiscono definire cammeo questo piatto per libagioni in agata sardonica che, a differenza di molti altri reperti, non è frutto di scavi, ma ha attraversato i secoli alla luce del sole e… più o meno indenne: dapprima furono i gioiellieri medicei a praticare un buco nella testa della Gorgone, per fissarvi un piede; poi, nel 1925, fu la volta di un custode del museo napoletano che, in una notte di follia, spaccò a ombrellate la bacheca, provocando danni prontamente riparati. A quel primo restauro seguì un altro nel Dopoguerra, reso necessario dal distacco delle parti incollate vent’anni prima, a causa dell’umidità.
“Ferite” provocate più dall’uomo che dal tempo, accarezzate con grazia dall’obiettivo di Spina, veterano e profondo conoscitore del Mann e dell’archeologia campana che, per l’occasione editoriale, sostituisce l’abituale bianco e nero con una luce fulva, solare, esaltando le trasparenze perlacee dei rilievi e le note ignee della sardonica. Quasi sulla scorta dell’artifex originario, il fotografo s’immerge tra superficie e profondità, tra le curve voluttuose della ricca chioma sul retro, o i diversi spessori dell’intaglio. Cercando, più che di emulare il virtuosismo degli antichi, di catturarne per puro piacere la scintilla di tanta lussuosa bellezza.

(Articolo pubblicato su Artribune il 20 settembre 2018)

Il Tiziano che non c’è. Delude la mostra di Brescia

1 luglio 2018

Molte domande crivellano questo Tiziano a Brescia.
Il punto debole non sta tanto nell’aver imperniato il progetto su opere che in mostra non si vedono: l’una – il Polittico Averoldi – in quanto oggettivamente inamovibile dalla Collegiata dei Santi Nazaro e Celso; le altre – le tre tele con le Allegorie di Brescia – poiché andate distrutte durante un incendio alla Loggia nel 1575, pochi anni dopo l’esecuzione.
Il punto è che, a dispetto delle grandi attese legittimamente suscitate dal “title-role”, di emozioni per il grande pubblico (quello che paga, e che in passato ha generosamente affollato il Santa Giulia) ce ne sono pochine, e anche sotto il profilo scientifico si naviga in bonaccia.
Insomma, alla sufficienza ci si arriva, ma soprattutto grazie a quello che è al di fuori del complesso longobardo. Dove la carrellata di dipinti – oltre una cinquantina – non è particolarmente memorabile, e non chiarisce del tutto le ambizioni di curatore e comitato scientifico. Prestiti poco incisivi, contenuti i pezzi forti del Conte Palatino, molti, forse troppi, i vari Romanino e Moretto (e, in minor misura, Savoldo) provenienti anche dalle mura di casa. Perché, se è vero che il sottotitolo aggiunge “la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia”, è altrettanto vero che l’abbuffata dei pittori locali arriva in tutte le altre sedi consigliate per uno sguardo più esaustivo. Insomma, qualche Vecellio in più e qualche Bonvicino in meno non guastavano. Fin qui, le perplessità sull’impianto generale.
Andando più sullo specifico, un altro interrogativo sorge sul modo scelto per presentare in mostra il capolavoro che della stessa è l’immagine guida, ovvero il monumentale Polittico realizzato tra il 1520 e il 1522 per il vescovo Altobello Averoldi. Sacrosanto e logico non spostarlo dalla sua collocazione, ma ci si domanda perché sostituirlo con – parole degli organizzatori – una “raffinata proiezione video che consentirà di esplorare nei minimi dettagli le cinque tavole del polittico”. Peccato che, trattandosi appunto di un video, le immagini scorrano rapidamente (casomai ci si volesse concentrare sui dettagli…; per giunta la proiezione, spezzettata su più pannelli distanti tra loro, non restituisce affatto la visione complessiva dell’impresa tizianesca.
L’impresa per il visitatore sta invece nel trovare la Collegiata, e nel trovarla aperta, data la fascia oraria d’accesso a dir poco limitata. D’accordo, è un luogo di culto, non un museo, ma in occasione dell’evento non si potevano concordare tempi più “flessibili”? Il sito web della mostra, tra l’altro, neppure linka quello dei SS Nazaro e Celso, privando così di uno strumento agevole per pianificare il tour. In ogni caso, superato l’inflessibile custode che ti respinge sulla porta un quarto d’ora prima della chiusura; ignoratolo allorquando, pazientemente tornati all’ora prescritta, cerca di tenerti lontano dal pavimento bagnato (pulire quando la chiesa è vuota no?), finalmente arriva il premio mozzafiato. Qualsiasi parola, di fronte a questa meraviglia, risulta retorica o superflua. Pura potenza. È la Pittura.
Il cuore torna a battere, i sensi si rianimano. Per non perdere questo magico momento, più che al Museo Diocesano (anch’esso nel biglietto integrato), il consiglio è correre difilato alla Tosio Martinengo, riaperta dopo nove anni. È qui, tra l’opulenza dei velluti sgargianti (con buona pace del contenzioso con Anish Kapoor), che viene finalmente resa giustizia al mecenatismo e alla stupefacente fioritura artistica della Leonessa, un tempo terra veneziana. L’overdose dei soliti Moretto, Romanino e Savoldo è assicurata; in più i vari Raffaello, Foppa e Lotto inumidiscono gli occhi di bellezza. E Brescia la forte, Brescia la ferrea torna a ruggire.

Articolo pubblicato su Artslife, 30 giugno 2018

“Magister” Raffaello. A Bergamo

5 maggio 2018

Raffaello_ San Michele e il drago_ 1505 c._ Musée du Louvre, Parigi.
credits : Paris, Musée du Louvre, Département des Peintures

Ci sono mostre che valgono la visita per quel pugno di capolavori autentici, pochi ma buoni, e non passati di grado per orchestrazione promozionale. Mostre che alla fine risultano godibili in quanto, né quantitativamente massicce né qualitativamente omogenee, offrono una prospettiva interessante e didascalica su un fenomeno. Vale dunque la pena di approfittare delle ultime ore di “Raffaello e l’eco del mito”, tanto più che l’evento alla Gamec propone il tandem con l’Accademia Carrara.
Si fa appena in tempo a salire la prima rampa di scale, che dell’Urbinate si sente, appunto, già l’onda di propagazione. È negli artisti contemporanei che l’hanno omaggiato, citato, manipolato: i d’après di Vezzoli e Ontani, gli impacchettamenti di Christo, la raffinata installazione di Paolini, l’avvolgente rosa e oro di Spalletti, le eteree statue viventi di Vanessa Beecroft… Nomi d’oggi che riveriscono un colosso della pittura, gigante, a quanto pare, fin da piccolo: il percorso parte, molto sinteticamente, dal retroterra costituito da suo padre Giovanni Santi e da Perugino, Pintoricchio, Signorelli. È nelle fertili Marche dei Montefeltro – qui rappresentate da Federico, immortalato da Pedro Berruguete, e da sua nuora Elisabetta Gonzaga, effigiata da Raffaello col sontuoso corpetto ad intarsi geometrici – che si forma e cresce un genio eccezionalmente precoce, il quale già a diciassette anni poteva fregiarsi dell’appellativo di “magister” e intorno ai venti firmava il San Sebastiano della Carrara.
Ed è intorno al “padrone di casa” – giunto nel 1836 in terra orobica, mercé il collezionista Guglielmo Lochis – che pulsa il cuore dell’esposizione: alla corte dell’efebico martire brillano opere tutt’altro che in soggezione, dal San Sebastiano di Perugino (col particolare, alquanto lezioso, della firma-freccia che va a conficcarsi nel collo), alla Maddalena del medesimo, mentre il siculo Pietro de Saliba e lo straordinario Memling danno ragione delle influenze fiamminghe. In una parola: eccovi serviti i capolavori.
Dopo questa vetta, l’itinerario sembrerebbe perdere di tono. Invece arriva la parte per così dire divertente, che si riallaccia all’“eco del mito” enunciato nel titolo e parzialmente già sviluppato nel prologo contemporaneo. Si tratta della celebrazione ottocentesca dell’“amoroso” Raffaello, irretito dagli occhi neri come tizzoni della bella Fornarina, senza la quale non riusciva a tenere un pennello in mano. Parte dunque la carrellata dei quadri di storia, e dalle pagine di questo romanzo sentimentale, e sensuale, emerge non solo il prezioso documento relativo alla fortuna toccata ad una figura già ammantata in vita da un alone leggendario (e cristologico), ma soprattutto quanto l’accostamento con l’originale sia impietoso: basti confrontare il sorriso della vera Margherita Luti (o chi per lei) con lo sguardo lascivo della ragazzona denudata nel dipinto di Cesare Mussini. Un’“eredità d’affetti” forse sincera, quella di Raffaello, ma decisamente scomoda da gestire. Scherza coi fanti, ma lascia stare… Santi.

Articolo pubblicato su Artslife, 2 maggio 2018

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