Proibito fumare

Non si ci può bagnare due volte nello stesso fiume, figurarsi nello stesso mare. Moio & Sivelli vanno in vacanza citando Eraclito. Dove sono finiti gli irriverenti ragazzi di un tempo? Sono saliti in cattedra (all’Accademia di Belle Arti), ma non si sono certo ingessati. E concedono alla provocazione una parte. Quella parte. Quella che per Courbet era all’origine du monde. Insomma avete capito…

 

Moio & Sivelli_ Panta rei 2_ 2012. Still da video. Courtesy Dino Morra, Napoli

 

Moio & Sivelli, escluso il Naked lunch nella Project Room del Madre due anni fa, era dal 2007 che non vi si vedeva in galleria con una personale. Dove siete stati? Cosa avete fatto?
Siamo stati tra Napoli e il mondo. Abbiamo viaggiato molto, abbiamo partecipato ad alcune collettive e realizzato due opere pubbliche: la prima nel 2008, Timeless, un lavoro fotografico acquistata da Metronapoli in occasione della mostra Sistema binario, curata da Adriana Rispoli ed Eugenio Viola alla Stazione di Mergellina; la seconda è Genius loci, con Adriana De Manes, un’installazione luminosa che nelle prossime settimane sarà collocata al porto del Granatello di Portici. Dal 2008, inoltre, insegniamo videoinstallazione ed elaborazione digitale dell’immagine presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, impegno notevole ed entusiasmante!

Veniamo alla nuova mostra.
Panta rei, “tutto scorre”. Chi guarda è invitato a vivere la dimensione temporale del fluire proposta dalle opere: scorci di vacanza, che nell’immaginario collettivo si “fermano” in uno scatto. L’attimo è già passato perché “tutto scorre”, ma uno sguardo più profondo può cogliere il movimento che abbiamo impresso ad ogni foto. Questi particolari in continuo movimento fanno sì che “panta rei” sia la chiave di lettura per l’opera nel suo complesso. Visti i ritmi frenetici che viviamo quotidianamente, a volte sarebbe opportuno fermarsi a guardare le cose con più attenzione, per non rimanere in superficie, per scoprire così gli inganni del nostro tempo prima del totale assopimento dei sensi.

Frammenti di una vacanza, raccontata in sei monitor-cartolina…
Sono immagini scattate nell’Isola di Gran Canaria, panorami marini caratterizzati da un’atmosfera distensiva, vacanziera. Mare e relax. Apparentemente possono sembrare delle foto, ma, ripetiamo, in ognuna ci sono particolari in movimento, difficili da notare perché le cornici digitali sono completamente “in siliconate”.

Già, il silicone. Uno dei vostri materiali prediletti…
Oltre ad essere una cifra stilistica, il silicone vuole essere in qualche modo un filtro alla chiara lettura delle immagini: la nostra ricerca ha sempre posto un’attenzione particolare sulla percezione, esplicitandosi maggiormente in video come Roundabout (2005), Cappella privata (2007), Untitled (2010). E poi il silicone ci permette di mantenere una “dimensione tattile”del lavoro, nella ricerca di un rapporto “caldo”con il digitale. Per noi è un modo di rendere pittorico un video, una fotografia.

Gli impercettibili movimenti dei piccoli video – il lembo di una tenda, l’orlo di un prendisole, uno spicchio di ombrellone, le bandiere al vento – si fanno più veloci (ed ambigui) in Panta rei che, come un ingranaggio meccanico, si squaderna in visioni simultanee e molteplici di…
… una vagina che fuma! Un’immagine strana, improbabile… un’icona surreale che, replicata 121 volte in uno schema modulare, si rende maggiormente equivoca nella sua riconoscibilità. Sicuramente il “riconoscimento” dell’immagine comporta un piccolo shock, che ti riporta alla realtà (quella propria fatta di cognizioni e, forse, di tabù). È una sorta di ritorno dal viaggio dove l’importanza maggiore non è, a parer nostro, l’immagine provocatoria, bensì l’esperienza percettiva nel flusso continuo delle cose…

Del resto, il corpo e la sessualità fanno parte da sempre della vostra ricerca…
Beh, questa volta a performare non c’è un corpo intero (quello di Mouse, la loro abituale modella-musa, NdR)… ci è bastata una “piccola” parte! Il corpo viene qui raffinato e decontestualizzato in maniera diversa dal nostro solito, è una sintesi del nostro vissuto che in Panta rei è parte integrante dell’equilibrio della mostra.

Parlare di vacanze in tempo di crisi: provocazione o pensiero positivo?
Sicuramente pensiero positivo! La vacanza è uno stato mentale dov’è possibile collocare il proprio pensiero, dunque è un’esigenza e un diritto dell’essere umano. Niente a che vedere con l’idea consumistica del dover esserci e dell’avere, piuttosto, invece, una “ricerca”del proprio spazio… Noi ci siamo semplicemente rilassati ed integrati nel tempo del luogo, con la consapevolezza che avremmo espresso “in forma” tutto questo. Il resto… panta rei.

Torniamo all’insegnamento. Prof, quali consigli date ai vostri alunni?
Di essere onesti intellettualmente…, di credere nel proprio lavoro, e di  vivere col sentimento! il binomio perfetto per la crescita e’ umilta’ nella ricerca e ambizione come superamento costante di limiti imposti.

E in termini pratici?
Di essere coraggiosi e sempre pronti al “viaggio”. non lasciarsi mai intimorire dalle distanze e da altri problemi di natura “pratica”.informarsi, stabilire connessioni, vivere il sociale… La cultura è un’arma da conquistare, costi quel che costi!

Il futuro è…
Tutto da scoprire…!

         

Moio&Sivelli_ Panta Rei_ a cura di Chiara Pirozzi. Napoli, Dino Morra Arte Contemporanea

(19 aprile -22 maggio 2012)

Perdente in fiera

Ovvero Una cosa divertente che non farò mai più

 

Perdonami David Foster Wallace. Perdonami se ti ho rubato un titolo per un evento che poco c’entra con la scrittura. Io pensavo che al Salone Internazionale (!?) del Libro uno andasse per annusare gli editori, prendere contatti con i tipi. Non per ritrovarsi in un megastore tipo Feltrinelli o Mondadori, di quelli che un pezzo per volta si sono rosicati la libreria di don Carmine e la mia tredicesima. Insomma, puoi comprare le stesse cose che troveresti altrove, o magari ordinare su Internet, con la differenza che al Lingotto trovi l’autore che parla e ti fa la dedica. Gli scrittori scrivono soprattutto autografi. Sul momento, oppure già belli e pronti nelle pile allo stand.
Gli stand. Quanti stand. Dal transatlantico alla bancarella. Si capisce subito quali sono i ricconi e quali gli sfigati del Lingotto. Dentro gli stand dei ricconi si sta come pesciolini nell’acquario. Un’ora di fila alla cassa e poi magari te ne esci con FabioVolo, il re degli Autogrill. Schiacciate ai margini, infilate agli angoli dei corridoi, meno illuminate dai riflettori, senza pannelli laccati e plexiglas leccati, le piccole case abbozzano una timida resistenza, mostrando come, tra fiori di Bach e  Dieta Dukan, tonnellate di gadget e le eco incrociate dei talk, possano annidarsi gradevoli sorprese e curiosità.
Comunque una persona con qualche velleità letteraria dovrebbe volersi bene e stare alla larga dal Salone. La depressione è dietro l’angolo, quando capisci che, se non sei apparso almeno una volta in televisione, se non sei un cantante, un cineasta, una soubrette o un calciatore, mai e poi mai vedrai il tuo faccione sul totem pubblicitario della tua “opera prima” o della tua “ultima fatica”. E pensi che non è giusto. Fai la conduttrice? Statti sul tuo piccolo schermo. Sei un regista? Bene, incollati alla macchina da presa. Nella vita bisogna fare una scelta, non è che puoi sbarcare sul mercato editoriale così, solo perché il tuo nome vende. Lascia che a piazzare il proprio nome sulla copertina sia il tuo editor giovane, cottimista e sottopagato.
Ah, infatti oggi tira molto pure il precario. Però, appunto, va bene finché è precario. Che ne sarebbe di lui/lei se agguantasse la Fama?
E insomma, si scrive. Donne che corrono dietro ai lupi, impiegati vessati che devono neutralizzare il capo stronzo, insegnanti che tutto sommato se la prendono con filosofia se la scuola va a rotoli… Pure i gelatai. Perché, caso mai ti prudesse la curiosità su come e quando hanno deposto la prima pallina su un cono, quattro informazioni in croce sul sito non bastano. Ci vuole la carta. Palate di carta.
Anch’io, lo confesso, sogno di finire su una palata di carta. Poi magari mi buttano, ma intanto ho qualcosa da scrivere sul risvolto di copertina successivo, eventualmente. Uno nella vita si deve creare dei precedenti. Legali, è ovvio.
Solo che non so come fare. Insomma, immaginatevi la frustrazione di una che ha già enne ottime copertine (grazie ai suoi amici), un gruppo editor e pre-lettori di qualità (sempre grazie ai suoi amici), una decina di buoni incipit (grazie a se stessa), ma non ha un editore. Il libro? No, quello non c’è. Non è importante, pare.
Quindi pensavo di venire al SalTo e svoltare. Magari senza passare in una scuola di scrittura, di quelle potenti e costose, dove ti danno le stesse dritte che trovi da pag. 10 a pag. 22 del libro di testo di antologia (del biennio), ma in modo più suadente e figo.
Poi pensavo che al Salone ci fosse un padiglione pieno di agenti letterari. Un po’ come i broker di borsa. Vendere! Comprare! Comprare! Vendere! Anche di quelli senza scrupoli, che ti fanno vedere il tuo libro appeso a tutti gli alberi del Campo dei Miracoli. Eventualmente, uno può sempre scrivere un libro sulla propria esperienza tra i pescicani dell’editoria. Invece manco quello.
Dice: c’è il self publishing. Ok. Allora mi fermo a parlare con un paio di questi selfisti. Ragazzi carini, però a un certo punto mi dicono che loro non fanno promozione. Che la promozione te la devi pagare a parte. Vabbè, voglio pure pagarlo ‘sto servizio a parte, ma poi il vostro servizio a parte ha contatti con i critici che contano? m’informo, cruda e sbrigativa, come mia nonna macellaia quando investiva sul mattone per i suoi sette figli. E vedo il ragazzo che tentenna.
Tutto da rifare. Manco ‘sto self mi convince.
E pensare che questo doveva essere il Salone della Primavera digitale. Ma io più di una dozzina di e-reader non ho visto, sballottata com’ero tra code e le suddette palate di carta.
‘O burdell.
Scusate il registro decisamente triviale, ma senza questa fragorosa onomatopea non riuscirei ad esprimere altrettanto icasticamente il concetto. ‘O burdell sono gli stand degli editori e quelli dei ministeri, delle organizzazioni umanitarie e dei gadget, delle radio e delle tivvù, delle regioni e delle province che ad un certo punto uno si chiede: Ma è il Salone del Libro o la BIT? Quanto hanno pagato per essere qui? A che pro? (ma non eravamo in tempo di spending review?)
E la gente. Migliaia di connazionali che hanno sborsato 10 euro – ma perché si paga? Il Salone non è forse un’occasione commerciale? Non hanno già pagato gli espositori? Mah -, così tanti esseri umani che uno a un certo punto si domanda: ma se in Italia esistono tutte queste menti leggenti e scriventi, se c’è tutta questa sete di sapere, perché siamo un paese sfasciato?
Su tutto, aleggia un odore di dado da brodo, o di minestrina vegetale, non si capisce. Altro che l’inebriante profumo di carta nuova, l’effluvio artificiale che esala dal cellophane un attimo prima di essere sverginato. Se siete malati di quel genere di feticismo, qui vi passa ogni fantasia. E infatti i punti ristoro sono accanto ai libri (con la cultura non si mangia) e bisogna continuamente stare attenti a non inciampare, oltre che nei passeggini e in bambini che usciranno così traumatizzati dall’esperienza da aprire il primo libro all’Università (se mai esisterà ancora in Italia), in persone che bivaccano un po’ dove capita. Così accade che, mentre filosofi, politologi, giornalisti e musicisti sono impegnati in una presentazione, un metro più in là uno gli mangi in faccia una fetta di pizza. Qualcuno invece s’è portato il tupperware da casa, e bene ha fatto, viste le code chilometriche per una trilogia focaccia-coca-caffè appena sotto i 10 euro.
Il prossimo anno mi porto il panino da casa
, medito meccanicamente, prima di ricordarmi che non ci sarà una prossima volta. A meno che: 1) non decida di mettermi con un camioncino fuori il Lingotto a vendere crocché, panzarotti, arancini e panelle (per quattro giorni lo stesso olio si può riciclare); 2) spacciarmi per Elena Ferrante o Matilde Serao e firmare autografi al posto loro. Sì, lo so che una è morta, però mica tutti quelli che vanno al Salone lo sanno.

http://www.salonelibro.it/

(per tutte le foto: Daniele Podda)

Photoshop

Ohad Matalon_ Niad, The small crater_ 2000_ Inkjet print_ 110 x 165 cm_ Edition 16 + 2AP

Maledetto Caravaggio. Ecco, ho tirato un bestemmione da far venir giù San Luigi dei Francesi e il Parnaso. Ora un fulmine mi incenerirà. Zot.
No, eccomi.
Sono ancora qua.
Probabilmente il Merisi mi ha risparmiata perché ha capito dove voglio andare a parare. L’ultima MIA infatti è stata l’ennesima conferma del fatto che, se non ci fosse stato Lui, oggi chi fa fotografia sarebbe costretto ad aguzzare l’ingegno e ad inventarsi qualcosa. E vantano crediti, ma in percentuali inferiori, pure Vermeer, Ingres, Courbet, Zurbaran, un po’ di barocchi misti e naturalmente i fiamminghi con le loro nature morte: decine di scatti che adescano l’occhio attraverso citazioni letterali e costrutti cromatico-compositivi propri della pittura. E se non sono le luci, sono le pose. Non c’è scampo. More