Indomabile. Così era Leonora Carrington, l’“ultima immortale” del glorioso movimento surrealista, spentasi nei giorni scorsi per una polmonite in Messico, paese che l’aveva accolta negli anni Quaranta, in fuga da un’Europa sconvolta dalla guerra e dalle persecuzioni antisemite. (leggi il resto dell’articolo su Artribune)
Picasso
George Lilanga
Napoli, Franco Riccardo Arti Visive
Nel continente nero… alle falde del Vesuvio. È un inno alla vitalità quello di Lilanga che, per amore della sua terra, ne sfidò i pregiudizi. In mezzo alla colorata confusione degli smalti, anche il mal d’Africa…
Traditore. Stregone e seguace dello stregone. Tutto questo è, o meglio era, George Lilanga (Masasi, 1934 – Dar Es Salaam, 2004), che osò offendere col colore la serietà dell’ebano e oltraggiare la scultura trasformandola in pittura. Che violò un tabù, sottraendo la creazione d’immagini all’appannaggio magico-sapienziale della trasmissione ereditaria (di qui la metafora dell’artista-stregone) ed inserendola in un sistema imprenditoriale. Vale a dire, in un circuito di diffusione e di consumo. Desacralizzata tra le pareti di uno studio che, all’apice del successo faticosamente guadagnato, sfornò centinaia di pezzi, la produzione di Lilanga iniziò così a parlare al mondo della Tanzania e della tradizione makonde. Non fu facile, ma alla fine, dopo l’ostracismo e l’anatema dei suoi, tanta “tracotanza” venne perdonata, e perfino premiata. Grazie a lui, pure l’Occidente dovette accorgersi che il Continente Nero era, in realtà, colorato, anzi coloratissimo -lontano da quel primitivismo che pure, all’inizio del Novecento, aveva calamitato le Avanguardie assetate di novità, con Pablo Picasso in testa- , e che anche in una realtà in via di sviluppo un artista poteva farsi businessman e manager di se stesso. More
Ernesto Tatafiore – Non solo
Napoli, Museo di Capodimonte
Icone della pittura del passato prossimo e remoto. Giganti della montagna severi e fumanti accanto a muse procaci e accese di passione. Ernesto Tatafiore scherza coi “santi” dell’arte con le sue grandi tele…
Pochi ma buoni i colori di Ernesto Tatafiore (Napoli, 1943), che brillano in uno dei tanti “rami” del museo di Capodimonte, destinato ad ospitare pro tempore il contemporaneo. Un ambiente disadorno e luminoso, in cui luccica l’oro impiegato senza avarizia, insieme ai rossi, agli azzurri e ai neri, per dar vita ad una rassegna di big della pittura di ieri e dell’altroieri, scortati, come si conviene, da qualche leggiadra presenza muliebre. E questa “galleria degli antenati”, in cui s’è accomodato con disinvoltura anche l’artefice, grande lo è innanzitutto nel formato: undici tele di 200 x 260 cm, il cui effetto è esaltato non solo dalla vivacità della tavolozza, ma anche dalle ridotte dimensioni dello spazio espositivo, in cui Tatafiore, che fino a ieri le teste le faceva rotolare giù dai patiboli della Révolution, stavolta consegna a futura memoria effigi stilizzate con un secco e sicuro grafismo, in un complesso stilisticamente familiare e fedele alla sua riconosciuta piacevolezza estetica. Tuttavia, anche nell’erigere questi monumenti egli non ha rinunciato al proprio lepido gusto per il divertissement colto, ironicamente enigmatico e seducente, proprio come le sue celebri donnine, che stavolta s-vestono i panni di muse -Luce Martinetti e Francoise Gilotchiamate ad ingentilire queste icone un po’ severe e, qualche volta, perfino burbere. More
