Tre talenti per un solo gallerista

29 ottobre 2008

Nicola Console, Marco Giovani e Nicola Villa da Mimmo Scognamiglio

Aveva chiuso la scorsa stagione con uno dei suoi pupilli, Lucio Perone, ed è di nuovo su nomi giovani – almeno all’anagrafe dell’arte – che Mimmo Scognamiglio punta per la riapertura autunnale. Stavolta i debuttanti nello spazio di via Mariano d’Ayala 6 sono tre, e tutti con linguaggi, esperienze e tecniche differenti. “Ciambellano” tutt’altro che riverente, all’ingresso, è il palermitano Nicola Console, che prende… a pugni gli spettatori sia con i soggetti sia con l’affaticato clangore che accompagna la sua installazione: sagome di pugili o discoboli, toniche incarnazioni di paradigmi virili, solide ombre aggettanti dal muro con una massa corporea in legno multistrato ricoperto di grafite nera. “Videosculture” che si animano attraverso l’inganno dinamico dato dalle proiezioni e, anche per le ridotte dimensioni dell’ambiente, impongono la propria variegata fisicità, eredi dell’eclettismo dell’autore, scenografo per il teatro e per il cinema (suoi scene, disegni e animazioni dello spettacolo “La caccia” con Luigi Lo Cascio, ispirato alle“Baccanti” di Euripide), e coerenti con uno degli interessi del gallerista partenopeo, se si rammenta la personale del poliedrico Alessandro Bergonzoni ospitata la scorsa primavera.
Agisce invece nel campo della mimesi la fotografia di Marco Giovani, visto tempo fa al Pan nella collettiva “Eroi come noi”. Algida per effetto della sfumatura azzurrata e del supporto in alluminio la resa dell’emiliano (classe 1964), i cui “alieni” fanno leva sulla possibilità di instradare lo spettatore verso una percezione alternativa, giocando a scavare fantasmi e presenze non tanto fuori, ma dietro gli occhi di chi guarda, evocandoli ed esortandoli a riaffiorare, e tuttavia condannandoli alla frustrazione di un eterno congelamento.
Pittura veloce per Nicola Villa, supporti morbidi, pennellata larga, che inevitabilmente gocciola, dando ai suoi acquerelli “quel certo non so che” di pollockiano. La banalità dei soggetti li scopre pretesti, più che oggetti d’indagine, figuranti di “istantanee” di vita quotidiana scattate con la macchina fotografica e poi rielaborate coi pennelli da un artista che la normalità la insegue per strada e se la porta nello studio, per consegnarla al pubblico con semplicità. Vincitore del Premio Celeste 2007, il 32enne lombardo, genovese d’adozione, conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, che il medium più antico del mondo è vivo e lotta insieme agli altri. Senza finire al tappeto, e senza mandarci nessuno.

(Roma, 29 ottobre 2008)

 

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