Donne come farfalle imbozzolate

27 luglio 2017

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Ma cos’è questa crisi? Per il secondo appuntamento del ciclo “Primo Mercato”, curato da Marcello Francolini presso lo Spazio Nea, Giuseppe Biguzzi affronta uno dei temi più caldi del Ventunesimo secolo inglobandolo nei motivi ricorrenti della sua ricerca. Il primo addentellato è quello clinico: secondo la medicina ippocratica il culmine di una malattia potrebbe coincidere con l’avvio del processo di guarigione, in quell’altalena di “crisi” e “lisi” che – ricorderanno i lettori di Svevo – rappresenta, in fondo, il cammino dell’esistenza. Tenendosi ancora dalle parti dell’antica Grecia, l’aggancio etimologico suggerisce come “crisi” derivi dal verbo “krino”, ovvero “separare”, ma anche “discernere” Così uno stato negativo può risolversi in un’opportunità, in un nuovo punto di partenza. Concetti che, in tempi recenti, alcuni economisti hanno tentato a fatica di imporre, e che l’artista trasferisce in maniera dilemmatica sul piano psicologico. “millenovecentoventinove” è il titolo della mostra, con una chiara allusione alla data in cui il crollo di Wall Street innescò la Grande Depressione. A ridosso diquegli anni, andava diffondendosi un nuovo tipo di bellezza femminile, magra, atletica, capelli corti: “la donna crisi” avversata dal Fascismo, che propugnava invece forme generose e rassicuranti. Accantonato l’elemento economico-politico – ma non quello sociale – Biguzzi dà alla depressione il nome e il corpo androgino e sfuggente di Romina. Nella traccia del disegno fermo, che contorna la pelle livida come a voler racchiudere una disgregazione interiore, dipinge ripetutamente la medesima figura acerba: ragazze-farfalla, fragili e accarezzate da abiti vivaci e senza pretese, che galleggiano su sfondi totalmente bianchi, astratti dalla realtà. Raggomitolate in un bozzolo autoprotettivo, rispecchiano – spiega il pittore – «una delle condizioni emotive generate dalla società contemporanea. Ho iniziato più di un decennio fa ad interessarmi di queste tematiche. Allora la crisi economica non era ancora arrivata, ma lo stato di decadenza già si respirava. Il mio lavoro è stato sicuramente influenzato da questa annunciata nuova condizione: la negazione dello sguardo, quindi del sé, la mancanza di comunicazione tra soggetto ed osservatore, la solitudine, la depressione, per arrivare ai sensi di colpa ed all’autocommiserazione delle ultime opere. Gli stati a cui mi riferisco sono sintomo, manifestazione, prodotto di una condizione imposta. “Millenovecentoventinove“ riporta quindi ad un periodo storico ma anche ad una condizione vissuta, ad un sentire sociale comune, ad uno stato emotivo che, a mio avviso, si manifesta di più nelle giovani generazioni ed in particolare nelle donne».

(Articolo pubblicato sul Roma, 22 luglio 2017)

Roberto Amoroso e la difficoltà di essere social

19 luglio 2017

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Social. Antisocial. Ma è ancora possibile essere no social? È uno degli spunti di riflessione sulle nevrosi del mondo contemporaneo che Roberto Amoroso – partenopeo di stanza a Milano – affida alla sua mostra da Dino Morra (fino al 27 luglio). Un ritorno segnato da «amore e passione. È stata un’esperienza molto intensa, – dice l’artista – soprattutto per il pubblico, incuriosito e attento, pronto a interagire. Esattamente quello che desideravo: il mio lavoro nasce per smuovere le coscienze. Forse questa è la mia esposizione più politica, ma con un approccio critico e non di avversione al tema. Napoli è la città giusta: non è assopita, il pubblico è diretto, non ha timore di offendere né di emozionarsi». Wallpaper, dipinti, lightbox, video. Acrilico, adesivi. Un discorso poliedrico, in un «mix compulsivo di contaminazioni, un salto da epoche antiche a stimoli urbani. Di selvaggio c’è l’approccio, l’autenticità dello strumento del disegno. Mi sono confrontato anche con tecniche più analogiche, come la pittura, gli acquerelli, la grafite. Per me, che utilizzo di solito la tavoletta grafica, un confronto con il passato per descrivere il presente». Un’ibridazione non solo dei materiali, ma anche delle iconografie, come nella serie “The community of nothing”, che mescola codici della massoneria e del web, «quasi a sottolineare il valore simbolico di un like o di un share. Basti pensare alla comunicazione in chat: sembra diventato necessario inserire un emoji per caratterizzare l’umore della conversazione, fino a sostituire la parola stessa. Non so se si può parlare di “nuovo ordine” ma sicuramente influenza le nostre vite». Vite profondamente mutate dalla pervasività della tecnologia, nel bene e nel male. Leoni da tastiera, seminatori di odio su Internet, “bulimici di pollici, tossici dell’io”. Zombie attaccati al cavo del pc, solitudini in diretta streaming, narcisi scollati dalla realtà. Il vuoto chiassoso di una società schiava dell’iperconnessione va in scena “Behind the curtain”, dietro il sipario della rivoluzione digitale, dando il titolo al video che ha messo a confronto «tre teste creative»: oltre ad Amoroso, suo fratello Dario, cui si devono montaggio e musiche, ed Enzo Moretto leader dei …a toys orchestra. Un lavoro visionario, dove audio e video sparano a ritmo ossessivo immagini acide e un testo graffiante, «punk e provocatorio. Come artista ho sempre studiato il processo di trasformazione del virtuale e l’influenza che ha sul nostro quotidiano. Ho la sensazione che questo strumento possa sfuggirci di mano, ma allo stesso tempo osservo con entusiasmo le grandi scoperte e possibilità che il web ci offre». Al punto che, senza contraddizioni, l’opera è frutto di una collaborazione a distanza: «È stata volutamente montata da un musicista e sound designer, affinchè potesse avere lo stesso approccio ingenuo degli esperimenti che in passato venivano fatti nell’animazione, in contrasto con la complessità musicale. Le voci di Enzo Moretto e di Francesca Pizzo, cantante dei Melampus, sono state registrate con i microfoni dei supporti come computer. Abbiamo sfruttato la Rete per incontrarci, a dimostrazione del fatto che nel mio progetto non c’è contrarietà al web, ma semplicemente un’analisi più critica del suo utilizzo». Sfaccettature incarnate dalla figura ricorrente del lupo: «È un animale che gioca in gruppo e in solitario. Nel branco, bardato di oggetti, rappresenta l’oniomania, ovvero l’impulso morboso all’acquisto; da solo, rimanda emblematicamente al terrorismo o, più semplicemente, all’individualismo».

(Artcolo pubblicato sul Roma, 18 luglio 2017)

La Controriforma barocca di Panareo

9 giugno 2017

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Sarà che da quando è arrivato a Napoli si sente «tutto tellurico», ma Gianluca Panareo sembra animato da intenzioni esplosive. Tocca a lui inaugurare – il 9 e 10 giugno, a partire dalle 21– le “Aperture” del Riot Studio, format pensato da Marco Izzolino che ha coinvolto diversi soggetti del territorio, come l’azienda TecnoSistem, il Dipartimento di Musica Elettronica del Conservatorio “Nicola Sala” di Benevento e la residenza Super Otium. In effetti, la macchina scenica orchestrata dal 29enne pesarese, mosso dall’ambizione di proporre “una controriforma estetica, elettronica e barocca dell’immagine della città”, è piuttosto complessa. L’intervento si sviluppa come un itinerario dantesco, che dalla portineria si snoda attraverso il cortile, per proseguire nell’ex tipografia sul ballatoio, ed occupare tetto, giardino pensile e scale, fino alla sala nera. Un percorso iniziatico innescato da un monumentale e potente “obelisco”, simile a quelli che svettano nelle piazze del centro storico: una torre di casse acustiche che, grazie a un software, rielabora il fragore delle pallonate scagliate su lastre metalliche. Ancora: un robottino tosaerba che illumina le statuine di terracotta realizzate da Tiziana D’Auria; ex voto sparsi tra gli alberi; bombole tagliate e suonate come un carillon; infine la “musica” ricavata – anche qui grazie al computer – dalla vita pulsante in una performer, distesa e velata come il Cristo di Sammartino. Ombre, fumo, rumore, modulazioni sonore. C’è di tutto. Troppo? «Il mio approccio – precisa Panareo – è in termini di dosaggio dello spazio. In agraria si usa l’espressione “sesto d’impianto”: la disposizione geometrica delle piante nello spazio agricolo, affinché ciascuna abbia lo spazio adatto per crescere bene. Io faccio lo stesso con la distribuzione dei miei “impianti” artistici, affinché le persone possano vivere bene le proprie emozioni. Palazzo Marigliano è già organizzato in più livelli e questo ha facilitato il lavoro». Il site-specific ha potuto perciò articolarsi secondo diverse modalità, senza obbedire ad alcuna gerarchia: «Corpo, macchina, ambiente, luce sono sullo stesso piano nella costruzione degli scenari. I vari strumenti sono usati e dosati a seconda del tipo di intervento». Già: dosare. Equilibrare. Perché, tra presepi, Cristi velati e Maradona bisogna dribblare pure i cliché: «I luoghi comuni su Napoli sono così tanti che è difficile non toccarne nessuno. La città vive anche di stereotipi, io ho cercato di andarci a confliggere per trasformarli. Poiché tutto il progetto ha a che fare con la memoria, ho cercato di evitare la rievocazione del passato. Il passato è un riferimento, una risorsa culturale; non va rievocato, ma rivissuto emotivamente e rivitalizzato». Sicché, come ogni viaggiatore ctonio che si rispetti, anche Panareo ha avuto, idealmente, il suo Virgilio: dopo l’omaggio (da buon marchigiano) al Pergolesi dello Stabat Mater e alla capuzzella dispersa di Leopardi, per addentrarsi nel ventre molle di Napoli ha optato per Caravaggio. Ne sono scaturite, oltre a cinque minifilm e a una serie di fotografie, inattese ricadute sociali, come l’ingaggio dei bomber-scugnizzi che libereranno – in uno spazio chiuso e “autorizzato” – quell’energia viscerale che è propria del genius loci. Filo rosso, l’invito a ricordare, “Memini”: il motto inciso su finestre e portali di Palazzo Marigliano che dà il nome alla mostra. Nella lingua latina, un verbo che ha solo le forme del passato, perché la memoria ha radici lontane. E all’imperativo non usa il presente, ma il futuro.
Ingresso libero su prenotazione: aperture.riotstudio.it

(Articolo pubblicato sul Roma, 8 giugno 2017)

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