Il Tiziano che non c’è. Delude la mostra di Brescia

1 luglio 2018

Molte domande crivellano questo Tiziano a Brescia.
Il punto debole non sta tanto nell’aver imperniato il progetto su opere che in mostra non si vedono: l’una – il Polittico Averoldi – in quanto oggettivamente inamovibile dalla Collegiata dei Santi Nazaro e Celso; le altre – le tre tele con le Allegorie di Brescia – poiché andate distrutte durante un incendio alla Loggia nel 1575, pochi anni dopo l’esecuzione.
Il punto è che, a dispetto delle grandi attese legittimamente suscitate dal “title-role”, di emozioni per il grande pubblico (quello che paga, e che in passato ha generosamente affollato il Santa Giulia) ce ne sono pochine, e anche sotto il profilo scientifico si naviga in bonaccia.
Insomma, alla sufficienza ci si arriva, ma soprattutto grazie a quello che è al di fuori del complesso longobardo. Dove la carrellata di dipinti – oltre una cinquantina – non è particolarmente memorabile, e non chiarisce del tutto le ambizioni di curatore e comitato scientifico. Prestiti poco incisivi, contenuti i pezzi forti del Conte Palatino, molti, forse troppi, i vari Romanino e Moretto (e, in minor misura, Savoldo) provenienti anche dalle mura di casa. Perché, se è vero che il sottotitolo aggiunge “la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia”, è altrettanto vero che l’abbuffata dei pittori locali arriva in tutte le altre sedi consigliate per uno sguardo più esaustivo. Insomma, qualche Vecellio in più e qualche Bonvicino in meno non guastavano. Fin qui, le perplessità sull’impianto generale.
Andando più sullo specifico, un altro interrogativo sorge sul modo scelto per presentare in mostra il capolavoro che della stessa è l’immagine guida, ovvero il monumentale Polittico realizzato tra il 1520 e il 1522 per il vescovo Altobello Averoldi. Sacrosanto e logico non spostarlo dalla sua collocazione, ma ci si domanda perché sostituirlo con – parole degli organizzatori – una “raffinata proiezione video che consentirà di esplorare nei minimi dettagli le cinque tavole del polittico”. Peccato che, trattandosi appunto di un video, le immagini scorrano rapidamente (casomai ci si volesse concentrare sui dettagli…; per giunta la proiezione, spezzettata su più pannelli distanti tra loro, non restituisce affatto la visione complessiva dell’impresa tizianesca.
L’impresa per il visitatore sta invece nel trovare la Collegiata, e nel trovarla aperta, data la fascia oraria d’accesso a dir poco limitata. D’accordo, è un luogo di culto, non un museo, ma in occasione dell’evento non si potevano concordare tempi più “flessibili”? Il sito web della mostra, tra l’altro, neppure linka quello dei SS Nazaro e Celso, privando così di uno strumento agevole per pianificare il tour. In ogni caso, superato l’inflessibile custode che ti respinge sulla porta un quarto d’ora prima della chiusura; ignoratolo allorquando, pazientemente tornati all’ora prescritta, cerca di tenerti lontano dal pavimento bagnato (pulire quando la chiesa è vuota no?), finalmente arriva il premio mozzafiato. Qualsiasi parola, di fronte a questa meraviglia, risulta retorica o superflua. Pura potenza. È la Pittura.
Il cuore torna a battere, i sensi si rianimano. Per non perdere questo magico momento, più che al Museo Diocesano (anch’esso nel biglietto integrato), il consiglio è correre difilato alla Tosio Martinengo, riaperta dopo nove anni. È qui, tra l’opulenza dei velluti sgargianti (con buona pace del contenzioso con Anish Kapoor), che viene finalmente resa giustizia al mecenatismo e alla stupefacente fioritura artistica della Leonessa, un tempo terra veneziana. L’overdose dei soliti Moretto, Romanino e Savoldo è assicurata; in più i vari Raffaello, Foppa e Lotto inumidiscono gli occhi di bellezza. E Brescia la forte, Brescia la ferrea torna a ruggire.

Articolo pubblicato su Artslife, 30 giugno 2018

Extrema ratio

11 marzo 2013

Marco Porta_ Dare nomi alle cose_ 2013. Sterco, registrazione sonora. ph Daniele Podda. Courtesy l’artista

Improbabile, ma non impossibile. Al di là dei tumulti della Storia, è il caso a governare la vita dei mortali. Il colpo di testa. L’imprevisto, talvolta bizzarro. Questa la filosofia che lega i lavori di Marco Porta, in un percorso composito cui fa da sottotesto una certa indolenza bucolica, una dolcezza da favola pastorale che, quando sta volgendo all’occaso malinconico, scarta di lato con ironia. Sarà per l’introitus, accompagnato dai campanacci che risuonano per l’elegante scalone, facendo subito détournement; sarà per il confronto con il contenitore, il settecentesco Palazzo Natta-Vitta, dal quale l’artista riesce a non farsi “divorare”. Banco di prova il bellissimo salone, dove tre “oggetti” definiscono altrettante possibili chiavi della mostra: natura, oscillazione (fisica e metaforica), artificio. Poliedri come cespugli costruiti di rose variamente addensate e caduche, tra geometria quattrocentesca e vanitas barocca. Un nodo di mani pende dal soffitto, spigato di rami e, chissà perché, pur in un ambiente così mondano ed incongruo viene in mente una variante potenziata dello stemma francescano.
Earth art: forza primigenia, nel fuoco che fonde il bronzo e soprattutto nei “prelievi” diretti dalla terra. Sassolini di sterco, organizzati in forma di cornici: che lungo i sentieri agresti si trovino sistemati così razionalmente è difficile, ma… si può escludere del tutto?
Analogamente, gli insiemi aleatori si raggruppano nelle grandi tele dove, sulla preparazione bianca che lascia a nudo il cammino del pennello, un creatore stravagante ha sparso manciate di minuscole mosche, “accerchiate” come una coltura in vitro o disposte in organizzato corteo. Le avete mai viste così? Eppure, potrebbe accadere. Remote, misteriose epifanie. Per incidente statistico, scherzo di natura.
Più narrativa la tranche della mostra accessibile dal cortile, nella quale meglio si avverte l’energia del flusso, esplicitato dalla presenza dell’acqua. La grande vasca rotonda potrebbe evocare, esteticamente, alcune installazioni di Mona Hatoum e di Anish Kapoor, dove la circolarità regolare e perfetta asseconda la monotonia del sempre. Il dito bronzeo di Porta, invece, ruotando traccia, sul pelo della superficie liquida, figure deviate in spirali. Movimentare lo stagno del tempo è dunque una fatica di Sisifo? I “corsi e ricorsi” sono il disegno a mano libera di un motore immobile, ma illogico? Un soffio di lepida anarchia che dura l’attimo di una contraddizione: il rivo, irreggimentato in vasche, prelude al trionfo mimetico del tronco, dondolante nell’abside del punto di fuga. Più vero del vero, ma solo all’apparenza. Aere perennius, ma altalenante.

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Marco Porta_ Mani immobili sfiorano_ 2013. (part.) Olio su tela. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Mani immobili sfiorano_ 2013. Olio su tela. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Mani immobili sfiorano_ 2013. Olio su tela. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Rumori suonano parole_ 2013. Bronzo, ferro, motore elettrico, acqua. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Rumori suonano parole_ 2013. Bronzo, ferro, motore elettrico, acqua. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Rumori suonano parole_ 2013. Bronzo, ferro, motore elettrico, acqua. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta _ Io fui solo e respirai _ 2013. Bronzo, acqua. (part.) ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta _ Io fui solo e respirai _ 2013. Bronzo, acqua. (part.) ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta _ L'acqua per il re_ 1999. Bronzo, cristallo, acqua (in primo piano) e  Io fui solo e respirai _ 2013. Bronzo, acqua. (in fondo) ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Dare nomi alle cose_ 2013. Sterco, registrazione sonora. (part.) ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Dare nomi alle cose_ 2013. Sterco, registrazione sonora. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista
Marco Porta_ Dare nomi alle cose_ 2013. Sterco, registrazione sonora. ph. Daniele Podda. Courtesy l'artista

 

Marco Porta_ Abito il sogno che mi abita_ Casale Monferrato, Palazzo Natta-Vitta. A cura di Luigi Cerutti
(3 marzo – 5 maggio 2013)

Lunga vita alla Triennale

22 marzo 2012

Gabriel Orozco_ La isla de Simon_ 2005_ C-print a colori_ Cm 40.6 x 50.8. Edizione di 6_ Courtesy Marian Goodman Gallery, New York

Si parte ab ovo. Nel senso che la mostra inizia proprio così, con quella specie di ile flottante che altro non è se non una pancia arrotondata dalla gravidanza: quella della moglie di Gabriel Orozco, affiorante come un guscio dall’acqua, simbolo primigenio di fertilità. Prima ancora, però, ci ricorda Anish Kapoor, c’era l’embrione, la bolla d’aria scoppiata a forzare il chiuso monolite. Di qui in avanti, la strada da percorrere è lunga. Anzi, è sempre più lunga, come spiega Da zero a cento fin dal prologo: la serie di Hans Peter Feldmann che, per ogni anno dagli otto mesi al secolo, fotografa una persona legata agli affetti o all’entourage dell’artista. (altro…)

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