David Bowes

22 febbraio 2010

Torino, In arco

Una pittura tradizionale, tramata di suggestioni stilistiche e “omaggi”. Tra Arcadia e commedia dell’arte, ecloga e metafisica. Non sarà il migliore dei mondi possibile, ma in fondo su questa Terra si può vivere tutti insieme…

Molteplici sono i riferimenti di David Bowes (Boston, 1957; vive a Torino e Newton, Massachusetts), dall’esuberanza dei muralisti messicani al naïf più genuino. Un disegno semplice, e una tavolozza vivace. Campiture piene, e torniture prevalentemente affidate più a volumi smussati che a modulazioni tonali. Prevale in questa personale un’atmosfera cortese, gentile, che pare retrocedere ai cicli “profani” tardogotici e rinascimentali, con quadri brulicanti di lieti e operosi personaggi, vivaci come miniature, con un quid aggiuntivo di Estremo Oriente. Del resto, un’aria da Medioevo edenico si respira pure lasciando vagare l’occhio di castello in castello, o immergendolo tra le chiare, fresche, dolci acque aureolate d’alberi, cornice di tanta sensuale epica cavalleresca (e l’opera in questione risalta per difformità stilistica rispetto alle altre). Altra dominante è una grazie arcadica e leziosa, che saccheggia la vetrinetta dei ninnoli alla ricerca di damine e cavalieri in porcellana, vasi e scarpine à la vogue settecentesca, maschere e chinoiserie, in una specie di spensierato Viaggio in Italia da uno stereotipo all’altro, e non certo da turista per caso.

Perché i legami tra Bowes e il nostro Paese vanno ben oltre i Pulcinella e gli Arlecchini al lume della luna, i Pupi siciliani sullo sfondo dei Quattro Canti a Palermo o il Nudo di Modigliani: habitué da oltre vent’anni, l’americano ha in curriculum soggiorni a Napoli – alla “corte” di Lucio Amelio -, Roma, Firenze, Palermo e Torino. E decisamente metafisico è proprio l’omaggio alla capitale sabauda, con uno scorcio di piazza Vittorio Veneto dominato da un’enorme Alba, così come resta in odor di de Chirico la poderosa sospensione di architetture desolate. Forte di un consumato mestiere, e coerente con la scelta figurativa compiuta fin dagli anni ‘80, l’artista si misura pure col genere “più genere” tra tutti: la natura morta.

Peso ma non zavorra, la tradizione aiuta il pittore a costruire un mondo fiabesco ma non necessariamente irreale, sul quale incombe una contemporaneità emblematicamente “sintetizzata” in grattacieli e palazzi alquanto anonimi. Ma la civiltà, bontà sua, resta in secondo piano, “neutralizzata” cromaticamente, mentre il locus amoenus si cristallizza come proscenio, senza spezzare l’idillio bucolico di donzelle più o meno esotiche adagiate sul prato.

anita pepe

mostra visitata il 6 febbraio 2010

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