Un giardino del sapere che sa stupire

11 marzo 2009

L’installazione di Clara Rezzuti alla Biblioteca Nazionale

Candida, stilizzata, neutra, Clara Rezzuti stupisce. Perché l’artista partenopea, generalmente incline a servirsi di colori e oggetti senza paura di ridondanza, nella Sala Leopardi della Biblioteca Nazionale ha scelto di «azzerare tutto nel bianco» e usare poche, essenziali e schematiche, forme. E così il suo “Giardino del sapere” non è una selva oscura, ma un albo bosco dove può capitare di incontrare chiunque, perfino i lupi cattivi. Come Mussolini e Hitler, indegna compagnia di un Parnaso di scrittori, filosofi, scienziati, pittori, scultori e geni vari. Va da sé che in un paese di santi (indigeni, oriundi o d’importazione), poeti e navigatori (Cristoforo Colombo non manca all’appello), anche Napoli, tra cultura e folclore, faccia la sua parte, suggerendo perfino una delle (poche) rappresentanti del gentil sesso, Eleonora Pimentel Fonseca, a memoria di una secolare esclusione femminile dalle attività eminentemente intellettuali.
Un’installazione ben ambientata, consona alla location anche per il topos – spesso metaforico – del giardino e del bosco, frequentatissimo dalle “penne” d’ogni tempo: « È la mostra più attinente alla lettura tra quelle organizzate finora in questo spazio», ha commentato il direttore della “libreria” di Palazzo Reale Mauro Giancaspro, autore di un testo nel catalogo in cui, accanto alle foto di Fabio Donato, si alternano i contributi di Mario Franco, Diana Gianquitto, Dario Giugliano e Dino Pasquali.
Una celebrazione didattica, aforistica ed enciclopedica officiata all’ingresso su un altare di libri impilati, “sigillati” dagli occhiali, allusione stereotipata al viaggio tra le sudate carte. In questo caso, l’itinerario è tra strisce di plastica che recano impresse le riconoscibilissime icone dei grandi: volti che si affacciano dal passato come fantasmi, a mo’ di trasparenti “urne de’ forti” da cui prendere – o non prendere – esempio. Verticale la narrazione, orizzontale l’epilogo: il manichino di un ragazzo di spalle, sull’attenti davanti a due nastri di carta che, come antiche pergamene, si srotolano dal soffitto al pavimento. Riportando, in una o due righe, frasi, motti o giudizi relativi ai personaggi precedenti, dal “Veni vidi vici” di Cesare al principio di Archimede. E, ancora, l’Odissea, il Decamerone, Picasso, il Futurismo, Fellini, Dante, Pitagora, San Francesco… In mezzo, adagiata su una preziosa tovaglia, si staglia gonfia la massa cerebrale. È un’altra ara, ma stavolta più distante, segno di un’irrealizzata “corrispondenza d’amorosi sensi” fra i maestri di ieri e gli allievi di oggi, simboleggiata proprio dal giovane ritto al “cospetto” degli auctores, trattenuto sulla soglia – insieme agli spettatori – dal timore reverenziale nei confronti di un patrimonio talvolta trasmesso sotto forma di cristallizzata erudizione. Un aldilà spesso intellegibile, ma ricchissimo. Forse troppo, per qualcuno.

(Roma, 11 marzo 2009)

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