Pianale B

13 novembre 2011

Quasi quasi, performativamente parlando, lo pianto qui. Giusto al centro della corsia, davanti alla Punto giallo metallizzato. O un po’ più in là, tra quel pezzo di prato spelacchiato e la portiera della Lancia color-canna-di-fucile. Se non mi sbrigo, rischio di trovarmi una zuppa di yogurt e pesce nel bagagliaio. Nonché di sciogliermi io stessa medesima, perché oggi fa caldo. È l’estate di San Martino, è domenica mattina, io ho collezionato trentanove centimetri di scontrino. Potrei infilarmici io, nel bagagliaio, e lasciare che siano i due branzini a girare come degli scimuniti per il parcheggio, cercando un posto in cui infilare ‘sto carrello maledetto. Il tutto per recuperare quei cinquanta centesimi schifosi intrappolati lì dentro. Il gesto odioso di liberare qualcosa riagganciando una catena. Guido la ferraglia a rotelle avanti e indietro, forzando i polsi, contrastando goffamente i dislivelli del marciapiede, e temo che qualcuno mi stia riprendendo di nascosto. E poi il pesce nel bagagliaio, il pesce nel bagagliaio. Dentro la lamiera arroventata. Schivo per un pelo le rastrelliere delle bici. Adesso ci sono io che giro la chiave, apro il portellone posteriore e con una mossa elegante ci sono. Non si sta così male, dentro. Dopo un po’ mi rendo perfino conto che la posizione fetale non è necessaria. Ecco, riesco perfino a stendere le gambe. Mi rilasso, chiudo gli occhi e lascio vagare i pensieri contro il pianale di feltro grigio. Allungo la mano, come quando cerchi nel letto qualcuno che sai di trovare, tasto le tre gemelle di passata di pomodoro. Sono tranquilla, adesso. La vaschetta del prosciutto mi si è arenata sul petto. Tutti i binari dei carrelli sono occupati peggio che a Natale, ma a questo punto non è più un problema mio. Nessuno può riprendermi di nascosto qui dentro, nessuno può chiamarmi “signora” mentre apre la cassa 15, nessuno potrà dire domani che mi ha vista e per filo e per segno descrivermi com’ero vestita. Nella mia testa, partono le Variazioni Goldberg, poi più niente. Basta con gli esercizi di matematica. Io me ne sto qui, chiusa, vestita di gorgonzola e fette biscottate come un’Ofelia consumista nella discarica della sua cara follia, e mi lascio cullare dal sole d’autunno, dalla sottile meraviglia della mia assenza e dalla vertigine del cielo azzurro, oltre il feltro grigio.

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