Le note del male nella ricerca di Gian Marco Montesano

9 settembre 2008

Alla galleria di Umberto Di Marino dipinti tra il figurativo e il concettuale

Per ragioni anagrafiche e biografiche, lo si potrebbe erroneamente precipitare nel girone dei delusi da sogno infranto, tra i biliosi apostati di un’epoca avvezza ormai ad approcciare la storia in termini di negazionismo anziché di analisi e discussione, dove le abiure fioccano in sedi di partito, banchi del parlamento, redazioni di giornali e case editrici. E, anche se le sue curiosità e i suoi obiettivi, nei formidabili Settanta movimentisti e gruppettari, erano antropologici e sociologici (e un tantino “spettacolari”, quasi tutto fosse una grande performance), più che militanti, Gian Marco Montesano non rimase inerte di fronte alle lacerazioni politiche. Chiedendosi, allora come oggi: come valutare ciò che è stato, senza condannare né mitizzare? E come uscire da un fanatismo contingente, per porsi su un piano più alto? Nel dibattito aperto e sanguinante, il pittore si tuffa con i quadri de “La canzone del male”, da Umberto Di Marino. Pittura figurativa tramutatasi in un’operazione concettuale intorno alla difficoltà che le nazioni, più che i singoli uomini, hanno nell’affrontare le pagine oscure del proprio passato. E cosa c’è di più oscuro ed irrisolto delle due grandi ideologie del Novecento? Di nazifascismo e comunismo vengono ripresi e riprodotti slogan e iconografie, non ricopiandoli nei soliti “libri neri”, ma affidando loro una riflessione filosofica e teologica sul Male. Radicale e assoluto. Conto il quale da millenni batte una domanda: se esiste Dio può esistere il Male? E allora si voglia credere al determinismo agostiniano, alla predestinazione calvinista, alla grazia giansenista, alle opere cattoliche, la perplessità resta, ferma come un cristallo: come può l’Essere perfettissimo e onnipotente permettere dolore, miseria, violenza? Montesano se lo chiede in modo intelligente, profondamente eversivo, destabilizzante e pericoloso, soprattutto per se stesso, mettendo sullo stesso piano, anche visivo, i totalitarismi del XX secolo, rischiando così che il qualunquismo, incapace di vedere il trascendente, confini il problema tra le pozze del revisionismo. Invece con questo ciclo, l’artista, senza scalare il Cielo come un minuscolo titano, s’addentra  in una “notte oscura” dello spirito, nella quale il Dio vendicativo dell’Antico Testamento punisce la tracotanza umana. Giacché il peccato sta soprattutto nell’inconsapevolezza dei propri limiti, nella presunzione di sostituirsi al Creatore, in questa ridicola guerra all’Architetto divino dichiarata una pletora di goffi, deliranti geometri. Questa è, in fondo, la banalità del Male in terra, i cui emissari altro non erano – e non sono – che solerti burocrati, ingranaggi di morte che, sgravandosi di ogni responsabilità, “eseguivano semplicemente degli ordini”. Convinti, spesso con folle sincerità, della bontà di un agire finalizzato alla più nobile e crudele delle missioni: creare l’uomo nuovo. Per un mondo non migliore, ma perfetto. Ed ecco il Male collettivo farsi Male Assoluto. Ecco Hitler e Stalin scoprirsi, alla fine, uomini “banali”, capaci non di eccitare la scintilla di malvagità annidata in ciascuno, ma di attirare con l’utopia prometeica del Bene e dell’Ordine universale. Di fare cioè quello che Dio non era stato in grado di fare. E pazienza se, nella sostituzione dei culti, di contro a quell’unico Figlio morto in croce, la conta delle vittime sacrificali decisamente sballava.

(Roma, 9 settembre 2008)

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