Dedorante

12 ottobre 2008

Lui si radeva la domenica mattina, le bretelle abbassate sui fianchi, mentre la sigla del giornale radio cinguettava in cucina, dove il pranzo già riposava nelle pentole e in forno. Lei, in camera da letto, si sistemava il reggicalze, quando questo non era ancora un’arma giocattolo e le donne non si misuravano in grammi. Lui la raggiungeva in una scia di sapone e acqua di colonia, lei si strofinava due gocce di profumo dietro le orecchie. Non era ancora urgente cancellare l’odore delle pelle, abolire il proprio corpo, consegnarlo all’igiene di massa.

Lui indossava la camicia pulita già preparata sul letto, la cravatta, il gilet, la giacca. Lei apriva il portagioielli sul comò, si assicurava le perle nella fessura verticale dei lobi molli, si gonfiava i capelli con una spazzola dal manico d’argento. Il nodo alla cravatta, gli orecchini, smascheravano le mani insicure, picchiettate sul dorso di caffè annacquato. Uscivano per andare a messa. A volte lui le porgeva il braccio, che lei accettava distratta, come un’abitudine. Dopo la chiesa, davano un’occhiata alla vetrina della pasticceria, salutavano qualche conoscente con un cenno del capo. Dopo cinquant’anni, si amavano ancora.

Mi piacerebbe dire che anche per i miei nonni era così. Ma non me lo ricordo. Quando i nonni ci sono non si pensa a scrivere sul proprio diario che il nome di una faccia che dimenticherai dopo due mesi, tempo perso a produrre ormoni e testi senza senso.

La mattina dai miei nonni si faceva colazione con l’orzo, e coi biscotti di Franco il panettiere che stavano sotto il mobile, gallette  leggermente più dolci. Quella era la zuppa. Latte non ce n’era, perché mia nonna lo detestava. Mio nonno faceva le patatine fritte per noi nipoti: ci andavamo apposta, senza pensare al fatto che mio nonno, quando faceva il cuoco di bordo, di patate doveva averne sbucciate a quintali. Mia nonna metteva l’uva passa nelle polpette. Dall’alto del loro balcone, all’ultimo piano di una bella INA casa degli anni Cinquanta, vedevo arrivare i miei nonni. Lei, indomita, lo precedeva di qualche passo, lui le arrancava dietro con le borse della spesa. Ogni tanto, lei si voltava per rimproverarlo, si capiva dal modo in cui torceva la schiena. Poi salivano a piedi tutti e cinque i piani di quel faticoso palazzo INA casa anni Cinquanta. Non so come si fossero messi insieme, eppure mia nonna, la mia corteggiatissima, vanitosissima nonna Scorpione dai capelli di fuoco, deve avermi raccontato di come aveva accalappiato quel bel marinaio figlio della madonna, adorato dai suoi genitori adottivi. Chissà, forse lui l’aveva adocchiata per strada, o a casa di qualche parente, ed era andato dal padre di lei, il bisnonno Salvatore, quello che allacciava gli stivaletti alla bisnonna Genoveffa  ricamando tra gli occhielli con un uncinetto e versava il vino nel brodo “perché tanto nella pancia tutto si mischia”, e gli aveva chiesto il permesso di frequentare quella ragazza cocciuta e narcisa, che a differenza delle sue rassegnate sorelle pretendeva di andarsi a comprare i vestiti a Napoli, in Città, perché non fossero uguali a quelli delle ragazze del Paese. Una volta, raccontava mia nonna, quel suo bel fidanzato, sbarcato dall’ennesima nave, bussò a casa sua una sera tardi. Aveva in mano un pollo. Morto, s’intende, e da mangiare. Lei inorridì (nella sua vita quella rossa indocile e capricciosa non ha mai mangiato pollo). Di sicuro dovette sibilargli contro una delle sue frasi brusche e stizzite, una di quelle che oggi tanti riconoscono anche in me. Il nonno, mite, incassò. Sopraggiunse il bisnonno, accettò il regalo, non erano tempi quelli da rifiutare un pollo, rimproverò sua figlia. Anzi, penso che la punì pure. All’epoca usava ancora.  

Ripenso agli odori di cucina una domenica mattina, scendendo le scale di un palazzo antico dove, forestiera nella mia città, ho passato la notte da sola, pagandomi una stanza e la pace. Gli odori della domenica mattina mi strappano lacrime costretta a restare in un posto dove lavoro e non vivo, ma mi gestisco con disciplina e preparo la valigia con quattro giorni di anticipo.

L’odore del ragù messo a fare mentre ancora dormivi, e te lo ritrovavi sul pigiama imprecando, perché appena svegli si spalmava sul cozzetiello di pane, chi prima arrivava se lo pigliava. Questa era la colazione della domenica, altro che brioscine senza grassi idrogenati e il quaranta per cento di colesterolo in meno contro l’obesità infantile. Il sugo bollente prelevato direttamente dalla pentola, ustionandosi il palato. D’estate, la zampata della melanzana fritta ti salutava intontito di sonno sulla porta della cucina, la melanzana sbucciata e messa sotto sale alle otto, a perdere l’amaro marrone, perché o imbottita o alla parmigiana la melanzana deve riposare, e poi quando ci si mette a tavola la cucina dev’essere già pulita e sgrassata. E fino al lunedì così deve rimanere. La domenica sera non si mangia. Al massimo, pane e pomodoro. E il giorno dopo si riscaldano gli avanzi, si ripassano in padella i maccheroni che uno butta sempre in più. Per giunta così, belli arruscati, sono ancora più buoni.

La domenica a pranzo qualche volta venivano i miei nonni. Mio nonno portava un po’ di spassatiempi:  arachidi, semi di zucca, pistacchi, ceci secchi. Grattugiare il formaggio era sua competenza. Quando aveva finito, staccava il coperchio, lo rovesciava e lo sbatteva con forza sulla grattugia, perché il parmigiano non restasse tra i solchi. Tutti noi facciamo così. Quando mia nonna venne da sola, portava un pacchetto di paste. Poi se ne andava dall’altra mia nonna e guardavano insieme la messa in televisione. Quando dopo pranzo aprivamo i dolci, si prendeva la frolla, perché in tutti gli altri c’erano o la cioccolata, o il liquore, o la panna, o la crema pasticciera e lei, a starla a sentire, non poteva mangiare niente di tutto ciò, un po’ perché faceva male, un molto perché non le piaceva. E così la frolla, già lo sapevamo, toccava a lei. Spesso una frolla ha riposato sul suo comodino, nella stanza dove mia madre negli ultimi anni arrivava, carica di thermos e vaschette d’alluminio, tre-quattro volte la settimana, mentre mio padre in corridoio leggeva i giornali, chiacchierando con gli infermieri e le badanti. Negli ultimi anni mia nonna s’era globalizzata: gradiva un goccio di cocacola, però allungato con l’acqua. A volte, furtiva, ci inzuppava il pane perché la crosta era troppo dura per la dentiera. Dopo si piazzava sul divano a guardare Buona domenica e si appisolava, finché venivano i miei zii del Vomero. Mio zio juventino guardava Novantesimo Minuto, fumando e litigando cogli interisti di casa, io davo una mano a mia cugina coi compiti di latino. Quando se ne andavano, restavano l’odore di sigaretta e le chiacchiere.

Oggi sono io che mi sveglio prima di tutti, e di certo non per sbucciare le melanzane e mettere a fare il ragù. Faccio una sana colazione da quasi quarantenne in lotta col tempo, la bilancia e tutto il resto, giovane donna occidentale che si fa la doccia e si deodora prima di uscire di casa, per non offendere gli altri col proprio corpo. Ma la domenica, se so di dover restare a casa, rimando i lavacri e me sto sciatta tra libri e computer. Quando la domenica mattina mi metterò in tiro per il brunch abbattetemi. Oggi è una di quelle domeniche, e in programma ci sono lavoro, lavoro, pollo patate e piselli. Quando ero alle medie, un classico del sabato a pranzo. Oggi procrastinato perché non si fa il primo piatto. Ci dobbiamo stare un poco attenti. Magari giusto due foglie di insalata in aggiunta. Siamo una famiglia evoluta, con due figli laureati che prendono l’aereo e a quarant’anni stanno ancora a casa di mamma e papà. Due figli egoisti e fraccomodi, ma avete visto che sta succedendo con la crisi dei mutui? Decisamente questo non è il momento per andarsene a vivere da soli.

Mentre scrivo, dalla cucina odo il salmodiare della messa catodica, misto a un debolissimo rumore di raschiamento (cipolla? carota?). Mi alzo, vado al bagno. Dalla finestra piccola profumo di frittura. Sarà qualcuno della scala A. Quanto sono cheap quelli della scala A. Ci rovinano l’estetica del palazzo. Ma loro affacciano sulla strada, noi no.

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