Pappi Corsicato racconta la leggerezza di Spalletti

16 ottobre 2008

Di documentari sull’arte Pappi Corsicato ne ha ormai in curriculum trentasette. È dunque all’anteprima firmata da un veterano doc che Laura Trisorio affida il taglio del nastro di “Artecinema”, festival che lei cura da tredici edizioni con la stessa voglia di mostrare l’invisibile, ovvero quelle pellicole sull’arte contemporanea che, altrimenti, sarebbero relegate in circuiti di nicchia. Una formula rodata, premiata quest’anno con la Medaglia D’Argento per il programma culturale dal Presidente della Repubblica. Il regista partenopeo (di cui è uscito da poco “Il seme della discordia”) è stato scelto anche per un altro esordio, quello di una produzione “fatta in casa” Artecinema che, è stato annunciato, ha già in cantiere un documentario su Lawrence Carroll, il raffinato artista australiano in mostra la scorsa primavera al veneziano Museo Correr. Anche il personaggio sul quale è “caduto” l’occhio del filmaker è una solida garanzia: Ettore Spalletti, da tempo nella scuderia della storica galleria alla Riviera di Chiaia 215. Ventidue delicatissimi e rarefatti minuti, nei quali Corsicato ha privilegiando una prospettiva personale ed intimista, più che strettamente “professionale”, come lui stesso racconta.

Com’è stato l’approccio con e di Spalletti rispetto a questo documentario?

«Conoscevo Spalletti solo come artista, non personalmente. Di solito ho lavorato su installazioni, come quelle di Richard Serra e Anish Kapoor in piazza Plebiscito… è la prima volta, invece, che mi capita un artista che non mi descrive direttamente il proprio lavoro dal punto di vista tecnico, o in base ai riferimenti cui si è ispirato, ma attraverso la sua memoria. Spalletti ha infatti cominciato a raccontarmi di quando era bambino e del suo paese vicino Pescara, Cappelle sul Tavo, dove passava la “Coppa Acerbo”, gara automobilistica impressa nei suoi ricordi soprattutto per i colori: il nero del catrame, il giallo della paglia, il verde delle colline, l’azzurro del cielo… E ancora la madre, la casa in cui era nato e vive tuttora… All’inizio non capivo perché mi raccontasse tanti aneddoti, poi ho capito che mi stava raccontando il contenuto del suo lavoro, quell’idea di leggerezza e nostalgia che ho cercato di trasporre in video».

Nelle parole e nelle opere di Spalletti centrale è l’elemento cromatico: rosa, grigio, azzurro, rosso, celeste. Lo stile dell’artista ha influito sulle luci e sulla fotografia della pellicola?

«I quadri di Spalletti hanno qualcosa di impalpabile, difficilmente descrivibile, sono fatti di cose molto lievi. Ho cercato di ricostruire un po’ le atmosfere che mantenessero questa sorta di spiritualità, di sospensione visiva ed emotiva…».

In quanto tempo sono state effettuate le riprese?

«Abbiamo girato per due-tre giorni a casa dell’artista. In fase di montaggio, oltre a spezzoni documentari, è stato usato molto materiale fotografico, perché l’intenzione era quella di creare una specie di antologica».

Che differenza c’è nel trovarsi di fronte alla macchina da presa un artista rispetto ad un attore professionista? E quale artista finora ha sentito più affine al suo modo di fare cinema?

«Con gli attori, ovviamente, c’è più interscambio. Tra gli artisti nessuno ha mostrato reticenza, ma la maggior parte è stata piuttosto didascalica. Tra quelli che ricordo particolarmente, Luigi Ontani: istrionico, parlava quasi in rima, come in una performance. Anche Gilbert & George hanno un modo di raccontarsi che sembra una performance, si mettono in mostra attraverso un linguaggio curioso, con azioni particolari e una spiccata fisicità».

 

 

(Roma, 16 ottobre 2008)

 

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