I napoletani della Biennale

13 maggio 2017

Ma quando inizia la Biennale? Per i comuni mortali, i cancelli aprono oggi. Per gli addetti ai lavori, invece, la vernice si è espansa in giorni e giorni di tagli del nastro, conferenze stampa e feste, trottando a caccia del miglior padiglione, dell’intervista, del retroscena. Il tutto, anticipato di un mese rispetto a quella che era la tradizionale inaugurazione di giugno: esprimento realizzato nel 2015 in occasione di Expo e ripetuto quest’anno, sperando forse di eguagliare la quota di 500mila presenze toccata dalla scorsa edizione. “Viva arte viva” è il tema scelto dalla curatrice Christine Macel, la quale, proponendosi di restituire centralità agli artisti, ha sviluppato il proprio progetto in nove capitoli, “sfogliando” i quali spiccano due nomi legati alla Galleria Alfonso Artiaco: gli albanesi Edi Rama ed Anri Sala. more →

Pixel per i volti assenti

11 maggio 2017
Thomas Hirschhorn_Galleria Alfonso Artiaco, Napoli_April 2017

Thomas Hirschhorn_Galleria Alfonso Artiaco, Napoli_April 2017

Sbattere il mostro in prima pagina si può. Si deve. Nella mostra da Alfonso Artiaco (piazzetta Nilo, fino al 27 maggio) Thomas Hirschhorn conferma la sua propensione a rivelare urgenze scomode, argomentando il suo recente lavoro sulla pixelizzazione con una parte visiva ad alto impatto ed una teorica altrettanto incisiva. Nelle bacheche, accanto a scritti di suo pugno e al proprio “manifesto”, l’artista svizzero dissemina uno stimolante apparato bibliografico, dal Gramsci di “Odio gli indifferenti” alla Susan Sontag “Davanti al dolore degli altri”. more →

Senofonte? Adoroooo

10 maggio 2017

influencerLa cosa bella della malattia è che, oltre a non perdere un pomeriggio ad inserire i dati Invalsi, posso guardare un sacco di tv. Di solito, accordo le mie preferenze a quei programmi che gli intellettuali teleguardoni, oppressi da occulta vergogna, cercano di sdoganare attraverso dotti ricami socio-psico-antropologici (recentemente, c’è cascato pure Massimo Gramellini).
È chiaro che una come me ci ha messo poco a finire tra le spire di “The influencer”. Pochi minuti ed ero già dipendente.
Per chi non lo sapesse, “The influencer” è un docureality bellissimo, che segue la vita bellissima di tre persone – due donne e un uomo – bellissime, che fanno un lavoro bellissimo. Cioè: indossare abiti – più o meno bellissimi – che arrivano a vagonate direttamente nel tinello, congelarsi in posa ad ogni angolo di strada, saltare da una sfilata all’altra, salutare un sacco di persone, scendere da una lamborghini e salire su un aereo, attendere come il Messia un invito di Prada. Il tutto postato a raffica sul proprio blog e su tutti i social possibili e immaginabili.
Nell’industria della moda, questi arbitri elegantiarum hanno l’intelligenza di produrre sogni per sé e per gli altri secondo una nuova (?) modalità; si circondano di manipoli di assistenti, truccatori, parrucchieri, fotografi, agenti, web designer, addetti alla comunicazione; disegnano linee di scarpe e costumi da bagno; diventano ambassador di case di moda e marche di cosmetici. Insomma fanno marchette ma con classe, e creano più posti del jobs act. Suppongo ci vogliano grinta, determinazione, buon gusto e soprattutto una salute di ferro, anche perché io, travolta dal riflesso di questo frullato di iperconnessione, lusso e bollicine, dopo dieci minuti avevo già voglia di togliere i tacchi (salvo poi ricordarmi che già languivo, scalza, sul divano).
Onorando il – mio – claim aziendale (“Nella vita bisogna studiare!”), mi sono dunque data a compulsare le biografie del terzetto, in un’estatica overdose di look e consigli che non avrei mai potuto emulare né seguire.
Poi, lampo di genio. more →

odenheimerrubi@mailxu.com