I Kabakov a Milano da Lia Rumma

2 febbraio 2012

Sontuosa personale della coppia di artisti russi nello spazio meneghino della gallerista partenopea

Ilya ed Emilia Kabakov_ The red bus_ 2011_ pennarello e pastello su carta_ 30x40 cm. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

Una coppia da favola. Il 2012 dell’arte esordisce classificando tra gli appuntamenti da non mancare (fino al 3 marzo) la mostra dei Kabakov nella galleria milanese di Lia Rumma, trasferitasi quasi due anni orsono dalla centralissima via Solferino in via Stilicone, tra Corso Sempione e la Ghisolfa. Spazio “museale” per luminosità, metratura e articolazione degli ambienti. Nessun problema, dunque, nel distribuire trionfalmente sui tre livelli dell’edificio una personale che mette in risalto l’eclettismo di Ilya, eminente outsider concettuale nella Russia sovietica, dal 1988 in tandem professionale con Emilia, concittadina (entrambi nati a Dnepropetrovsk, ma da vent’anni residenti a New York), moglie (dal 1992) e musicista. Consacrati sulla ribalta internazionale da Biennali, Documenta e prestigiose acquisizioni in raccolte pubbliche, nel 2000 erano passati nella galleria partenopea di Lia Rumma, stavolta ospite meneghina in grande stile. Anche perché i Kabakov ne hanno di cose da dire. Si parte dal pianterreno, dove un automa striscia sotto un enorme tappeto, accanto alle tavole estratte da due album dei dieci realizzati tra il ‘68 e il ’78: storie di fughe, di evasioni dalla realtà, che proseguono ai piani superiori, ponendo il fiabesco tra le cifre dominanti dell’esposizione. Meno omogenea la proposta del primo piano, dove l’esperta mano da ex illustratore per l’infanzia di Ilya tratteggia disegni semplicemente deliziosi, la cui delicatezza, se da un lato si sposa perfettamente con i leggeri e rotondi equilibrismi di “The Shining Circus and its Spectators” (quasi un omaggio al primo Malevic), dall’altro contrasta con la mole della “Mano” marmorea trafitta da un chiodo e con i sontuosi cromatismi della serie “In The Studio Of Totti Kvirini”, ispirata al gioco di specchi di “Las meninas” di Velazquez. Tele che mantengono inalterato l’impianto compositivo, scandito dalla netta diagonale che taglia l’assito dell’atelier, affidando le variazioni ai piedi, calzati in pantofole o eleganti scarpini, come a fare di questi testi metapittorici un compendio storico dei diversi soggetti via via “promossi” davanti al cavalletto. Ed è ancora riflessione sull’arte la ceramica che immortala l’annichilimento del pianista davanti alla musa che sorge dallo strumento, istantanea su una doppia metamorfosi in fieri. Sorge all’ultimo piano la “montagna incantata” realizzata nel 2005 per il Nikolaj Contemporary Art Center di Copenhagen, chiusa tra quattro mura e visibile attraverso due finestre. Una specie di Torre di Babele bruegheliana, con lucine da presepio e la dolce nenia di “Stille Nacht” nel ventre che ruota come un carillon. Piove sull’installazione una calda, intima luce color topazio, la stessa che domina, fluttuante, nelle quattro prospettive à la Turner appese all’esterno, riproducenti diverse angolazioni della rocca fiabesca. Colpiscono, nel complesso, la semplicità di alcune soluzioni, la gradevolezza delle opere grafiche, la bellezza di quelle pittoriche e, nella plastica, il saper trascorrere da un “modellismo” paziente ad un modellato ora sciolto, ora freddo e deciso. La coppia esplora molti territori, senza apporre sigilli separati sulle esecuzioni. Un canto all’unisono che è poesia.


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(Roma, 2 febbraio 2012)

         

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