Come sul capo al naufrago

23 luglio 2016

Sissi
Risacca. E il respiro del mare. Possibile sentirli in uno spazio delimitato da pareti? Eppure, per un attimo, si può. Tiziana Di Caro centra un ambizioso obiettivo ospitando (fino al 29 luglio) la prima personale napoletana di Sissi, da anni tra i nomi di spicco della scena contemporanea. Punto di partenza è l’installazione “Il naufrago: ondeggia ubriaco perdendo la testa”, realizzata lo scorso anno per una mostra dislocata in diverse sedi a Bologna, città natale dell’artista: lo scheletro di un uomo, ricomposto però con pezzi di legno raccolti sulle spiagge dell’Adriatico. Relitti arborei, resti umani. Una comparazione che chiarisce le coordinate dell’esposizione: lo scambio tra le diverse sfere del mondo naturale e la doppia marea che, restituendo e riversando, ritma il palpitante fluire della vita. Il fantomatico protagonista di questa narrazione visiva è acefalo. Chi era? Quanti anni aveva? Perché è finito in mare? Curiosità legittime, che tuttavia non costituiscono il focus di un progetto in cui, più che l’identità della testa, è il desiderio della sua ricerca a muovere le cose. Un’“inchiesta”, per dirla con un termine da romanzo cavalleresco, che non vuole necessariamente compirsi col ritrovamento: bastano la soddisfazione del viaggio, l’ebbrezza dello sconfinato ignoto. E sono sufficienti quelle ossa, che poi ossa non sono. Ma per Sissi, che conosce bene l’anatomia, lo diventano. Perfette. Credibili. Settantuno sono i disegni del minuzioso e spettacolare “Atlante” squadernato su una parete dello spazio di Piazzetta Nilo, nel quale ogni frammento ligneo viene paragonato a parti del nostro corpo. Esercizi di mimesi? Più precisamente, convinzione di appartenere a un “tutto” ogni elemento del quale è reciprocamente connesso. Piani paralleli che si flettono in curve e viluppi intestinali: “Estinti/Istinti” è infatti il titolo della mostra, e quale sede più indicata per il secondo termine, se non le viscere? A queste è dedicata la sezione pittorica, dominata dal blu: segni ondosi e gonfi, nei quali si distinguono forme antropomorfe, embrionali, che fluttuano nel sacco amniotico del bianco puro, ricche di rimandi alla segreta sapienza del corpo. Delineata con neon blu elettrico, una delicata figura femminile dal guizzo di sirena (dunque, ancora un possibile accenno alla “liquidità” dell’essere) pone gli ultimi interrogativi: sarà il suo richiamo ad aver fatto perdere la testa al naufrago? Oppure l’ha accolta, cullandola? La risposta è negli abissi. Prima o poi, chissà, verrà a galla.

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