L'”Enigma” delle voci di dentro

11 maggio 2015
Francesca Grilli_ Anger_ 2015_ veduta della mostra. Courtesy Galleria Umberto Di Marino, Napoli, Italy. Ph. Danilo Donzelli

Francesca Grilli_ Anger_ 2015_ veduta della mostra. Courtesy Galleria Umberto Di Marino, Napoli, Italy. Ph. Danilo Donzelli

La rabbia: emozione o sentimento? Questo, in ogni caso, l’oggetto che Francesca Grilli pensa e plasma nella sua prima personale – “Anger” – da Umberto Di Marino. Come già alla scorsa Biennale di Venezia, ancora una volta il concept dell’artista bolognese (classe 1978) muove da un’ibridazione tra suono, natura, linguaggio. È un impasto di rumori arcani e terribili “Enigma”, disco costituito – in base ad un modello del primo Novecento recuperato presso la Discoteca di Stato (ora Istituto Centrale per i Beni Sonori ed Audiovisivi) – da tre tracce concentriche, i cui solchi, muovendo la puntina, non danno mai lo stesso esito. Le imprevedibili “voci di dentro” sono quelle della natura, forza sovrana e ingovernabile, potenza che erompe in tornado, eruzioni, implosioni di ghiacciai. Ancora la Grande Madre, stavolta incarnatasi nel corpo umano, viene trasfusa più esplicitamente nelle incisioni realizzate in collaborazione con l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma. In una dimensione altrettanto viscerale, il messaggio qui incontra una pratica secolare, artigianale e con un quid di esoterico: l’artista mescola inchiostro e bile, ovvero parole e rabbia, lasciandoli fluire magmaticamente nei solchi della lastra di rame, che, corrosa dall’acido, splende come opera fine a se stessa, specchio di sfida per lo spettatore. Oltre al linguaggio – qui simboleggiato da un’evidenza problematica e disgregata, nonostante il tentativo di irreggimentazione – l’altra ricorrenza rispetto al lavoro di Grilli è il riferimento all’antico: nello specifico, alla teoria degli umori di Ippocrate, pilastro della medicina classica, che poneva nella bile la sede della rabbia. Una rabbia che però, al negativo, si esprime dialetticamente: disposte a nastro, le calcografie ricavate dalle lastre si dipanano come un opus continuum fervido di varietà, in una cosmografia ribattezzata Kepler 62. Come il pianeta extrasolare dall’elevato “indice di somiglianza” con la Terra, in un universo costellato di mutanti possibilità e anomalie necessarie. Proprio come quello dell’arte.

(Articolo pubblicato sul Roma, 12 maggio 2015)

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