Occhi di luce sull’antico

7 gennaio 2018


Riuscire a far convivere arte antica e arte contemporanea è sempre una scommessa. Eccitante, rischiosa. Una scommessa che l’Archeologico accetta da tempo (chi non ricorda gli Annali delle Arti?), sicché nulla ormai può far paura al “Museo” per antonomasia, figurarsi da quando pubblico e stampa lo hanno incoronato al top del 2017. Semmai, è il museo a far paura agli artisti, che spesso non riescono a gestirne presenze ingombranti e cubature imponenti. E, a quel punto, nessun testo critico, nessun comunicato stampa può risollevare la situazione.
Di certo, Francesco Candeloro non ha aspettato Napoli per misurarsi con questi “attraversamenti”, visto che nel 2015 era già nella pattuglia di “Proportio” a Palazzo Fortuny, dove il crossover costituisce per tradizione la formula degli appuntamenti più attesi. All’ombra del Vesuvio il poliedrico veneziano punta principalmente sui coloratissimi skyline, a partire dall’atrio. Dove ci si rende subito conto che questa è una di quelle mostre per cui non c’è foto in catalogo – per quanto accurata e ben fatta – o riproduzione che tenga, tale è la mutevolezza degli effetti di luce sui plexiglas tagliati a laser.
Dunque il lavoro “funziona” solo a determinate condizioni orarie e metereologiche? È indissolubilmente legato ad una fruizione emotiva che, in assenza dei giochi variopinti tra le opere e le loro proiezioni, perde di senso e d’efficacia?
Una prova alla quale l’artista non si sottrae, confermando come la ricezione di un’opera non possa mai essere univoca. Affrontando lo stereotipo del “paese d’o sole”, il progetto si arricchisce di attese e di incertezze. Come nella Sala dei Tirannicidi, dove un’intera finestra è stata ricoperta da un pannello verde e blu. E allora è sorpresa, visione sperata, il raggio che irrompe bucando le nuvole là fuori, e accarezza i marmi, scivola come un velo d’acqua sul pavimento e ci ricorda come, in fondo, i nostri antenati queste statue oggi così bianche se le godevano dipinte. Appena appena bicromo, l’Apollo seduto spunta dietro il familiare profilo della chiesa di San Francesco di Paola, mentre nel corridoio degli imperatori, in fuga, ad ogni altezza sono disseminati gli “Occhi”, vivaci scatole con ritratti di personaggi noti oppure no, sguardi contemporanei che a loro volta fissano le pupille marmoree di personaggi illo tempore noti e vivi anch’essi.
Cuore dell’esposizione, il confronto con l’Ercole e Toro Farnese. Vicini scomodi, che pochi vorrebbero. Immensi in tutto. Candeloro sceglie due strade. La prima consiste nel porre alle spalle della “montagna” raffigurante il supplizio di Dirce quattro neon – rosso, giallo, blu, verde – che si accendono in sequenza. Un vero azzardo, quasi uno choc visivo quei tubi fluo che disegnano la linea degli edifici di Beirut, punteggiati da “fiammelle”, segni caratteristici che, come piccole anime, o piume, appaiono e scompaiono come moti dello spirito e fantasmi della storia. Irradiandosi in quattro direzioni, come insegne pulsanti nelle notti urbane, l’installazione getta un ponte verso il lato opposto del salone, dove New York, la città che non dorme mai, con le sue mille luci sfavillanti, si stende piccola piccola, presuntuosa e timida, ai piedi dell’eroe delle dodici fatiche. Colossale, Ercole guarda dall’alto in basso la metropoli americana, come un King Kong distante e perplesso, forte di muscoli e di secoli. Solido, immortale, incombe su una silhouette famosa, scintillante, seducente. Un sogno trasparente ed effimero, che la gara con l’Eternità quasi quasi manco l’ha iniziata.

Francesco Candeloro _Proiezioni (Oltre il tempo)_ Napoli, MANN

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