Scomparso Vincenzo Pacelli

15 febbraio 2014

Il quadro era già piuttosto noto. Molti “papaveri” l’avevano visto, provandosi a riconoscerne la paternità. Eppure fu lui, grazie anche alle sapienti imbeccate del filologo Giorgio Fulco, a mettergli sotto la targhetta giusta, quella con cui oggi spicca nelle collezioni di Intesa Sanpaolo a Palazzo Zevallos: Caravaggio, Martirio di Sant’Orsola.
Una vita dedicata a Michelangelo Merisi quella di Vincenzo Pacelli, scomparso improvvisamente alla soglia dei 75 anni il giorno prima di San Valentino: dalla monografia sulle Sette Opere di Misericordia all’ultimo, monumentale tomo su “Caravaggio tra arte e scienza”, curato insieme a Gianluca Forgione e consistente in un ricco corpus di interventi pluridisciplinari. Passando per il preziosissimo carteggio tra il cardinale Scipione Borghese e il Nunzio Apostolico Deodato Gentile, da lui ritrovato nell’Archivio Segreto Vaticano, che ha ridisegnato con (ormai rara) acribia gli ultimi momenti di vita dell’artista lombardo.
Nell’era della necrofilia e dei “ris” applicati all’arte, Pacelli aveva infatti continuato a servirsi di strumenti più tradizionali e meno fallaci: l’occhio, l’esperienza, la memoria, la logica. Che lo avevano portato a sviluppare una teoria alternativa alla vulgata sulla morte di Caravaggio, ed anche a proporre numerose attribuzioni, soprattutto nel campo della pittura secentesca, di cui era tra i massimi esperti.
Ma, al di là delle indicazioni di metodo (“Dubitate di tutto!”), il professor Pacelli era benvoluto dai suoi studenti – lunga la carriera divisa tra l’Università federiciana e l’Orientale – soprattutto per la sua genuina umanità e la sua disponibilità, per passione e l’entusiasmo che riusciva a trasmettere. Questo il dato più evidente anche sui social network, i quali hanno fatto da mesto tam tam al cordoglio dei suoi ex alunni, pieni di gratitudine e di nostalgia per le lezioni di un cattedratico positivamente sui generis. Lezioni che uscivano dalle aule accademiche per perdersi con passi ed occhi ammirati tra le vecchie pietre della città, a caccia dei tesori famosi o sconosciuti, nascosti oppure oltraggiati da incuria e vandalismo.
Tra archivi, musei e collezioni il professore sannita era deciso a godersi la meritata pensione, in nuovi progetti e collaborazioni con giovani studiosi. Un fervore spezzato, il cui rimpianto è mitigato dalla coscienza di aver seminato una “grande bellezza”.

pubblicato sul Roma, 15 febbraio 2014

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