Nunc est biberon

11 marzo 2012

Anna Utopia Giordano_ Pop bottles_ 2012. Courtesy l'artista

Basta entrare un’ora dopo e ci si ritrova a casa di qualcuno, preferibilmente quello che abita più vicino alla scuola. Mamma e papà sono al lavoro, e fare colazione tutti insieme è una figata. Cornetti. E birra. Birra, alle otto del mattino? Eh già. Poco importa se due ore dopo la testa crolla sul banco o affonda nella tazza del water, mentre l’amica del cuore ti sorregge la fronte.
E ancora. “Prof, la mattina, prima di venire, provi il caffè corretto con l’XY”, consiglia caldamente un alunno durante la lezione su Parini, innestandosi sul passo in cui il giovin signore, al risveglio, deve optare tra caffè e cioccolata. Caffè e cioccolata, appunto, non un grappino. “Caffè corretto a… quell’ora?” “”. Non è una provocazione, ma il suggerimento di un esperto. Ovvero di chi ha già esperito ed esperisce, sistematicamente.
Esperisce, per esempio, il sabato sera: supermercato, tante bottiglie che tintinnano nel carrello e la festa è garantita. Oppure esperisce fuori al Liceo, cinque minuti prima del suono della campanella: il barista non sta a chiedere la carta d’identità e se qualcuno, foss’anche il preside del Liceo medesimo, abbozza una rimostranza, fa spallucce. Uno scontrino in più, con ‘sta crisi…
I Sert girano per le scuole, bandiscono concorsi… ma, quando hai l’età in cui ci si sente indistruttibili, mica vai a pensare che a trent’anni potresti finire sotto i ferri per un trapianto di fegato? E gli incidenti stradali? Quelli capitano sempre agli altri, ad esempio a “quello col Suv che meriterebbe la pena di morte” per aver falciato la famiglia con bambino che rientrava dalla gita in montagna. “A me non succederà”.
Ma di chi è la colpa? Perché, se l’alcolismo abbassa sempre di più l’asticella dell’età, se il binge drinking dilaga, qualcuno dovrà avercelo sulla coscienza. La famiglia assente, la scuola vecchia di cent’anni, la società marcia… E la televisione? Dove la mettiamo, con tutti quegli spot di modelle e modelli strafelici all’ora dell’aperitivo? Corpi e sorrisi perfetti, mica pance gonfie,  aliti puzzolenti e aria da zombie! L’“ape” è un rito irrinunciabile, come l’happy hour: sigarette e prosecco, sigarette e shortini. E così si tira avanti tutta la serata, magari senza mettere altro nello stomaco altrimenti si ingrassa (anche questo ha un nome: “drunkoressia”).
Tutto vero. Ma non è deresponsabilizzando i consumatori sempre più acerbi che si fanno passi in avanti. E neppure demonizzando o invocando l’ipocrisia di un neoproibizionismo, a fronte di una realtà ben più “disinvolta” relativamente all’abitudine del bicchiere di troppo. Strategie adottabili: una pragmatica politica di riduzione del danno; peer education, cioè sensibilizzazione tra coetanei, forse più convincente rispetto a quella di un genitore o di un prof, gente che pontifica per contratto. E tanta, tanta informazione. Le campagne choc? Si attendono dati certi sulla loro efficacia.
Ed è “forte” il progetto di Anna Utopia Giordano. Forte nel tasso etilico e nel messaggio, perché macabro o strillato non è: anzi, i suoi biberon di vodka, whisky e gin sono belli, invitanti, patinati. Glamorous. Come quegli alcolpop o soft drink alla moda, dai colori fruttati e dalla confezione lucente. Come le pubblicità che propagandano in modo più o meno surrettizio stili di vita e di consumi cui attenersi fin dalla culla. Succhiare brand fino ad ubriacarsi, proprio come accade agli adulti. E così dietro il problema clinico si affaccia il dramma sociale della “fidelizzazione” e della “customizzazione” selvaggia, che non risparmia nessuno. Una sbronza di marche e di marchi, che ti segna a fuoco. Che accompagna la tua vita fin dai primi passi, anche se non hai potuto scegliere perché eri troppo piccolo, oppure hai scelto proprio perché eri troppo piccolo e quei furbacchioni del marketing lo sanno benissimo: il loro mestiere è allevare addicted, farli sentire protetti, tranquilli, coccolati come poppanti. Quelle marche e quei marchi che servono, da un lato, a colmare i sensi di colpa di chi, pur senza avere spesso altra colpa che quella di uno stipendio da portare a casa, ti lascia ore ed ore davanti a tv, computer e videogame. E dall’altro a riempirti la solitudine e quel senso di inadeguatezza che non ti mollano mai, specie nell’adolescenza. Cioè in quell’età in cui, teoricamente, ci si vorrebbe strappare di dosso qualsiasi etichetta. E invece eccoti lì, beato e tranquillo, attaccato alla tettarella. A ciucciare l’illusione della diversità, della rivolta contro il mondo dei grandi, mentre ci sei già dentro fino al collo.

     

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