Charles Avery

12 gennaio 2010

Torino, Sonia Rosso

Più che un’enciclopedia, un compendio. Di dottrine rigorosamente laiche, predicate dagli abitanti di un’Isola-che-non-c’è. Da una visionaria epopea mentale, una mostra per sacri e profani del pensiero filosofico…

Ma cosa avrà in testa Charles Avery (Oban, 1973; vive a Londra)? Non è semplice capirlo, senza uno sguardo retrospettivo al suo lavoro. The Islanders, visionario ed “epifanico” progetto dell’artista scozzese (nella rappresentativa nazionale alla Biennale di Venezia 2007) conosce infatti uno sviluppo ramificato, potenzialmente illimitato, senza una trama definita né prospettive certe, ma con la solida certezza, da parte dell’autore, che questo mondo immaginario esista alla stregua di quello reale, con i suoi personaggi e i suoi intrecci. La personale torinese va dunque intesa quale tappa di una storia in fieri, nuovo capitolo di una fantasmagorica saga dalla struttura borgesiana: The creeds illustra i diversi credo diffusi a Onomatopoeia, capitale dell’imprecisata Isola teatro di questa poliedrica epopea creativa.

Non si tratta però di religioni rivelate, ma di metodi speculativi distinguibili in base a cappelli dai colori vivaci e dalle fogge estrose. Un’eccentricità che contrasta decisamente con l’impronta classica delle “teste” su cui i copricapo poggiano: non semplici manichini da atelier ma calchi di personaggi reali, che nel bianco totale alla Marc Quinn disperdono la fisionomia originaria per rasentare l’idealizzazione. Un campionario filosofico che, simbolicamente, propone tiare variopinte alteramente portate (Atomist e Empiricist); una calotta poligonale nera, “scudo” che i Metas indossano prima di pugnare in tenzoni dialettiche; un punkeggiante cespo di acuminati ragionamenti (Solipsist); il triangolo blu Klein con cui ci si addentra omologandosi nel cammino del sapere (Significantes). Ancor più esplicito l’omaggio al grande francese nelle volute di Klein, di impervia decodificazione, diversamente dallo scontato riferimento al dualismo della “scatola” bicroma calcata dallo stereotipato intellettuale, con occhiali e due sigarette in bocca. Il cappello dunque come emanazione di quel che c’è sotto, rimando in chiave a un disegno complessivo non sufficientemente approfondito e “volgarizzato”, che pertanto incappa in una lettura di superficie quale oggetto tecnicamente notevole.

Un’accessoria spettacolarità, che non mette certo in ombra la pregevolezza dei disegni, dove l’esecuzione brillante rivela la felicissima mano dell’illustratore.

 

anita pepe

mostra visitata il 16 dicembre 2009

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