Un reportage sull’Ilva

30 aprile 2009

Beckett alla T293

Quando l’artista si sostituisce allo storico. Non come interprete del passato, ma come archivista di un presente remoto. Progetto intelligente e accurato, quello studiato da James Beckett per il suo ritorno alla T293 (via dei Tribunali 293, fino al 16 maggio). Argomento, l’Ilva di Bagnoli. Elaborato dal giovane sudafricano sotto forma di un reportage visivo e oggettuale che ha aggregato forze esterne al mondo dell’arte, come la Soprintendenza Archivistica per la Campania, il Circolo Ilva e la Società Bagnoli Futura (anche se non si capisce quando, come e se sorgerà questo sol dell’avvenir). E che, inserendosi in una ricerca già soffermatasi sulla ex Dalmine, racconta la parabola produttiva e umana di quello che non fu solo uno stabilimento siderurgico, ma luogo d’aggregazione, cellula d’espansione urbana, sprone per la (tardiva) nascita della classe operaia in un Mezzogiorno veterofeudale. Un’avventura partorita da quell’utopia di “allineamento” del Sud allo sviluppo industriale del Nord, che affondava le radici nell’introvabile soluzione alla Questione Meridionale e che, dopo il disastro ambientale e occupazionale (nonché interiore, magistralmente narrato ne “La dismissione” di Ermanno Rea, da cui il regista Gianni Amelio trasse il film “La stella che non c’è”), si trascina ancor oggi, tra polemiche sulla rinascita dell’area e sulla bonifica del suo compromesso ecosistema. Avulsa da giudizi politici e toni nostalgici, la mostra ha innanzitutto il merito di suscitare riflessioni che partono da molto lontano e potrebbero proiettarsi chissà dove. Stimolando la voglia di sapere, riscoprire, indagare, recuperare le carte e i pezzi di questo sogno collettivo mutatosi in una ferita dalla quale suppurarono come uno stillicidio disoccupazione e morte (vedi alla voce amianto), situazione così tragicamente globale. La linea scelta da Beckett è quella del recupero, con un allestimento documentario oggi molto diffuso. Objects trouvée, in buona parte riprodotti, disseminati tra vetrine e bacheche: non una raccolta di relitti industriali, ma il solo show di un artista che si applica in campi e soluzioni eterogenee. A fare il “nodo” con la personale del 2007, la cravatta: allora confezionata con un tartan ispirato agli esperimenti di Beaumont sulla digestione; oggi “reperto” commemorativo dell’acciaieria risalente agli anni Sessanta. Preziosa la mappa del percorso, con didascalie utili ad orientarsi tra opuscoli, calchi di macchinari, foto d’epoca, la tuta d’un operaio, pagine di manuali capovolte, consunte spirali da rilegatura. A intonare il de profundis di un’occasione perduta, di una speranza stracciata, di fronte alla quale non si può proprio fare a meno di chiedersi come sarebbe andata, se fosse andata diversamente.

 

(Roma, 30 aprile 2009)

 

 

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