Risate in Biblioteca con ”Lo cunto de li cunti”

28 settembre 2008

Elisarante interpretazione di Massimo Andrei e Teresa Del Vecchio

“Lo cunto de li cunti” è, senza ombra di dubbio, “il libro dei libri” della letteratura napoletana. Ma anche una pietra miliare della fiaba mondiale, nonostante si continui ad ignorare o a minimizzare il ruolo svolto dal suo autore, Giovan Battista Basile. Perciò, repetita iuvant, “L’isola dei ragazzi” ha deciso di dare alle stampe, con la cura di Domenico Basile e Grazia Zanotti Cavazzoni, e le delicate illustrazioni di Franco Antuono, la terza giornata del “Pentamerone”. Un modo per contrastare «la tristezza che ci circonda», secondo Marina Gemelli, tra le animatrici della casa editrice partenopea, ed un impegno pedagogico ricco di «gioia e soddisfazione». Il libriccino è stato presentato alla Biblioteca Nazionale, dove a fare gli onori di casa c’era il direttore Mauro Giancaspro, elogiato dal sindaco Rosa Russo Jervolino quale artefice della trasformazione della “libreria” di Palazzo Reale da luogo di conservazione a centro produttore di cultura, attento ai giovani e a quella letteratura per ragazzi emarginata come “minore”. Un primo cittadino per l’occasione nei panni di «mamma e nonna», «montessoriana» sostenitrice del motto “non si finisce mai di imparare”. E di imparare divertendosi, ha chiosato Lello Aragona – accademico ed esperto di ludolinguistica -, soprattutto se l’ascolto non è passivo, ma stimolato attivamente nella fantasia. E passivo non è rimasto l’uditorio di fronte alle fiabe recitate e commentate, più che semplicemente lette, dagli attori Massimo Andrei e Teresa Del Vecchio, briosi ed esilaranti interpreti de “Le tre fate” e “Lo scarafaggio, il topo e il grillo”, che hanno restituito tutta la vitalità della lingua e dello stile del grande seicentista di Giugliano, aprendo la riflessione sul passaggio dall’oralità alla scrittura. Tradizione, traduzione e tradimento tanto degli originali popolari quanto dei modelli illustri, con un meccanismo eversivo analizzato dalla docente universitaria Silvia Zoppi, la quale, contestualizzando “Lo cunto” nella biografia e nell’epoca dello scrittore, ha evidenziato la posizione antagonistica rispetto al “Decamerone” boccaccesco, e parallela alla produzione lirica di stampo petrarchesco di un poeta costretto a competere con l’astro di Marino e ad adeguarsi con “dissimulazione onesta” alla vita di corte. Un atteggiamento dimidiato tra “alto” e “basso” tipico del Seicento, epoca di grandi conflitti e «di trapasso» anche secondo il giornalista Eduardo Sant’Elia, il quale ha collegato la modernità, l’«ingannevole semplicità» e la «rivoluzionaria» attenzione alla realtà di Basile da un lato a suoi sommi contemporanei quali Cervantes e Shakespeare, dall’altro a bestseller contemporanei come Harry Potter. Ribadendo come la fiaba sia invenzione genuinamente made in Naples (non sarebbero potuti nascere altrove femmine così decise e passionali, maschi così irresoluti e malinconici, orchi gaglioffi e immediatamente simpatici e animali “consanguinei” degli umani), efferata, truculenta, «ruvida, puzzolente, scagazzona», che il pragmatico scrittore rubò nelle taverne e trascrisse di nascosto sotto lo pseudonimo di Gian Alesio Abatuttis, senza tuttavia riuscire a vederle pubblicate. Fiabe in cui il lieto fine non è scontato o improntato a un bizzarro senso di giustizia. Anche questo, ca va sans dire, tipicamente napoletano.

(Roma, 28 settembre 2008)

 

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