Rachel Schwalm, tele da fiaba

14 marzo 2017

RachelSchwalmI vestiti nuovi dell’imperatore, Il gatto con gli stivali, La bella addormentata, Cappuccetto rosso, Biancaneve, La bella e la bestia… storie per piccoli in un gioco da grandi. Sono i lavori di Rachel Schwalm, che entrano a passo di minuetto negli spazi di 1Operagallery, a Palazzo Diomede Carafa in via San Biagio dei Librai. Contesto di per sé fiabesco, non perché sia un castello incantato, ma perché collocato in quel cuore antico della città un tempo miniera dei “cunti” che il grande Giambattista Basile raccolse e nobilitò nel “Pentamerone”, grazie alla meravigliosa e barocca “lengua” napoletana. Sono però altri – Andersen, Perrault, i fratelli Grimm – i grandi classici dai quali l’artista inglese trae ispirazione, in quadretti che evocano l’atmosfera senza tempo delle favole attraverso la preziosità vintage delle carte da parati, sfondo delle “Fairy Tales” più famose, riassunte in un’unica immagine. Il racconto infatti non si sviluppa per illustrazioni, ma si concentra su elementi essenziali e significativi, quali animali e oggetti immediatamente riconducibili alla fiaba. Il dettaglio rivelatore – la chiave di Barbablu, le forbici per Rapunzel – si trova tra le grinfie, sotto o accanto a uccelli, gatti, falconi e lupi, usati quasi a mo’ di animali araldici che, obbedendo alla tradizione della favola propriamente detta (ricordate Esopo e Fedro?), richiamano qualità o vizi degli uomini. Uomini che, del resto, sono assenti: disperso l’alone zuccheroso di tante versioni cinematografiche, orchi, streghe, principi o principesse cedono il posto a “creature di piume e di pelo” dipinte con freschezza, ma minuziosamente, su un materiale di recupero tanto raffinato quanto popolare. Con questo progetto – curato da Valentina Rippa e Pietro Tatafiore, visitabile fino al 23 aprile su appuntamento – Schwalm, che pure è scultrice dal linguaggio minimale ed astratto, si concede dichiaratamente una digressione tra il romantico e il gotico. E così, sul filo dei ricordi d’infanzia, invita a sfogliare per l’ennesima volta – ma con occhi diversi – quei libri che, invece di far addormentare i bambini, più spesso li tenevano svegli a sognare.

(Articolo pubblicato sul Roma, 11 marzo 2017)

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