Rubens a Milano

25 febbraio 2017

Siamo a cavallo. Così, nel 1600, Pieter Paul Rubens arriva in Italia, per ripartire otto anni dopo. Non tornerà mai più nella sua terra d’elezione, dove, oltre a impadronirsi della grande tradizione artistica, svolge delicate missioni diplomatiche. Per il duca di Mantova Vincenzo II Gonzaga, ad esempio, tratta l’acquisto della “Morte della Vergine” di Caravaggio, poi finita al Louvre dopo i saccheggi delle truppe napoleoniche. Ma non è tutto. Legato agli affetti familiari, agli amici, alle mogli (ne ebbe due), di spirito gioviale, il pittore fiammingo non è solo un cortigiano poliglotta, ma soprattutto un uomo colto, che ama il nostro paese al punto da rendergli omaggio nell’architettura della sua stessa dimora di Anversa, oggi visitatissimo museo.
Ancora inconfondibile, nelle pinacoteche di tutto il mondo, il suo “marchio di fabbrica”: opulente figure e scene turbinose, che uscivano a dozzine dalla sua casa-bottega, amministrata con piglio manageriale. Eppure, il debito che questa fertile produzione contrasse in età giovanile col Belpaese non è mai stato indagato a sufficienza, ad onta di alcuni giudizi, come quello dello storico Bernard Berenson, che si spinse addirittura a considerare Rubens un pittore “italiano”. Questo l’assunto da cui muove la mostra di Palazzo Reale, a Milano – chiusura il 26 febbraio -, attestando la straordinaria capacità dell’artista di assorbire le suggestioni del passato e del presente, e al contempo di ricambiare generosamente con soluzioni proprie e originali, destinate a lasciare un segno. Letteralmente onnivoro, saccheggia classicità e Rinascimento, i veneti, il classicismo bolognese e Caravaggio, con esiti talvolta discontinui. Dai qui sboccia il nucleo della poetica barocca, della quale l’esposizione gli riconosce la sicura paternità.
Curato da Anna Lo Bianco, il progetto meneghino investe, e non solo marginalmente, anche Napoli: l’itinerario formativo rubensiano si dipana a partire dalla fascinazione antiquaria, sicché nell’elenco dei prestatori figura il Museo Archeologico, con “Afrodite al bagno con Eros”; nel medesimo edificio di Piazza Cavour “abita” oggi l’Ercole Farnese, per il quale il pittore nutriva un’autentica fissazione. Ancora più diretta è la filiazione con Luca Giordano, estimatore del maestro nordeuropeo (e quanto lui prolifico), anche grazie ai dipinti collezionati dal mercante Gaspare Roomer. All’eccezionale pennello partenopeo, presente con “San Giovanni a Patmos” e “La fucina di Vulcano”, l’onore di chiudere il percorso espositivo con un’“Allegoria della pace e della guerra” (oggi a Genova, Palazzo Spinola): realizzata nel 1680, la tela dimostra come, a quarant’anni dalla sua morte, la passione di Rubens per l’Italia fosse ancora ampiamente ricambiata. Conseguenze dell’amore.

(Articolo pubblicato sul Roma, 24 febbraio 2017)

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