Violentò Artemisia, oggi è l’oblio

24 febbraio 2017

Bastardo senza gloria, ma con una certa fama. Nel bene e, soprattutto, nel male. È Agostino Buonamici Tassi, che Pietrangelo Buttafuoco ha consegnato ai tipi di Skira in “La notte tu mi fai impazzire”. Breve romanzo “misto di storia e d’invenzione” su un artista noto, più che per la riconosciuta perizia nel paesaggio e nella prospettiva, come imputato nel celebre processo per stupro ai danni di Artemisia Gentileschi, pittrice e figlia di pittore, tenutosi a Roma nel 1612. Vista l’enorme fortuna espositiva e bibliografica toccata alla vittima, assunta a icona femminista, la parabola esistenziale del colpevole rappresentava una sfida rischiosa per il giornalista siciliano, che affronta il cimento a viso aperto, con pagine “umorali”, piene di sangue, saliva, sudori, fetori e specialmente di quella “ricotta del vizio” in cui lo Smargiasso amava sguazzare. Lui, come tanti altri a quei tempi.
Difatti, arrivando per gradi al punto da cui i narratori di Artemisia spesso sono partiti, Buttafuoco fa del forzato rapporto carnale l’acme di una violenza collettiva, che impregna la società e avviluppa in una sordida trappola la ragazza; la quale, perduta la verginità, non potrà che pretendere un impossibile matrimonio riparatore, prima di finire esposta ad una giustizia tale solo di nome (Manzoni docet). Sono personaggi irredimibili, dalla psicologia elementare e ferina, oppure oscuri ed ambigui, a sbocciare dalla penna del narratore, regredito per fiction ad una mentalità sbruffona e machista, che cadenza con proverbi e detti popolari una narrazione ibridata con lo stile dell’epoca.
I guai del protagonista iniziano (o proseguono?) a Livorno: sposata per scommessa una prostituta, lo Smargiasso, scopertosi per una volta dalla parte del tradito, assolda due sicari per punire la fedifraga; inoltre, a coronamento della vendetta, si porta a letto la cognata, esponendosi così all’accusa d’incesto. Una spada di Damocle che tuttavia non gli fa perdere la sicumera nemmeno quando viene chiamato a renderne conto davanti a un giudice, nella città in cui è stato costretto a scappare: Roma. Il posto ideale per uno come Agostino: empio, amorale, dominato da una pulsione animalesca che lo costringe a reiterare i comportamenti più indegni. Intorno a questo pendaglio da forca, tipi altrettanto corrotti e laidi: meretrici (fra cui le sorelle), ruffiani e, su tutti, Cosimo Quorli, potentissimo furiere del papa. È appunto il depravato faccendiere a mettergli in testa il tarlo di Artemisia: prima ancora di vederla, Tassi ne è già infiammato; ossessionato, più che da lei, dal licenzioso fantasma plasmatole intorno; e la prospettiva di forzare la figlia di un amico, con cui lavora gomito a gomito, anziché trattenerlo lo eccita.
Il resto è storia nota. Ma è la storia di Artemisia. Perché, nel momento in cui afferma la propria supremazia con la rapina di un corpo, Agostino viene ricacciato nelle carte di un romanzo criminale, anziché “nella gloria degli spiriti massimi” toccata invece alla Gentileschi. Chi oggi volesse incontrarlo, lo cercherebbe nelle molte ville e palazzi da lui affrescati o negli archivi? È il quesito tutto sommato suggerito dal libro di Buttafuoco, che non pretende di essere né saggio critico, né tentativo di riabilitare un “impresentabile”. Se – da copione – un artista desidera affidare la sua opera all’eternità, allora non c’è peggior punizione dell’oblio professionale. Così, mentre ci chiediamo se un cattivo uomo possa essere un buon pittore, Agostino Tassi resta cristallizzato nel proprio ruolo, incatenato dalla sua natura e dallo spirito del secolo.

(Articolo pubblicato sul Roma, 24 febbraio 2017)

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