Scatta la notizia

5 gennaio 2012

“Good news no news”, recita uno dei luoghi comuni del giornalismo. Ma innanzitutto occorrerebbe ripensare al concetto stesso di notizia. Distinguendo soprattutto tra chi la fa e chi invece si “limita” a raccontarla, trasmetterla, divulgarla nel modo più chiaro e nudo possibile, armato di taccuino, telecamera o macchina fotografica che sia. Lungi dal poter sciogliere questi nodi tutti in una volta, la mostra dei vincitori del Word Press Photo al Pan di Napoli (le opere sono visibili anche su web, www.worldpressphoto.org) sollecita riflessioni sulla natura e sugli… obiettivi del fotogiornalismo oggi. Roba spesso per stomaci robusti, ma, appunto, “la buona notizia non fa notizia”.
Così una tragica rassegna di calamità naturali, guerre, lotte intestine, malattie non riesce a smorzare il proprio impatto (cui, bene o male, dopo un po’ ci si abitua… e forse è questa la vera tragedia) neppure con l’accostamento a sezioni più “soft”, dedicate alla natura o allo spettacolo. E anche qui le situazioni forti non mancano: il calcione accidentalmente sferrato dal portiere dell’Uruguay  in faccia al giocatore olandese Demy de Zeeuw durante la semifinale dei Mondiali in Sudafrica, la chiazza mortifera di greggio vomitata dalla piattaforma della British Petroleum nel Golfo del Messico. Accanto, il nome del fotografo associato a quello della testata o dell’agenzia di appartenenza (dura la vita dei free lance?…).
Alla fine (ma anche nel corso) della visita, le congetture del profano potrebbero riassumersi grossolamente così: il nocciolo del fotogiornalismo consiste nel trovarsi nel posto giusto. Il momento giusto non è indispensabile per la buona riuscita. Ovvero: un reporter può essere, cinicamente, “fortunato”, cioé capitare alla corrida proprio il giorno in cui il toro trapassa la gola del matador, facendogli spuntare una delle corna dalla bocca (non temete: il torero è ancora vivo); oppure può recarsi, possibilmente in fretta, sul luogo del disastro o del conflitto (magari da embedded): tra tanti clic, verrà poi fuori “lo” scatto. Che, con un po’ di fiuto, potrebbe trasformarsi in icona. È automatico pensarlo soprattutto di fronte alla “foto dell’anno”, ovvero la ragazza afgana mutilata del naso immortalata da Jodi Bieber. Impossibile non ricordarsi di un’altra ragazza afgana, famosissima: quella dai grandi occhi verdi “catturata” dall’obiettivo di Steve McCurry, fotoreporter le cui mostre – a Milano e poi a Roma – hanno riscosso enorme successo.
Ed è proprio dai ritratti che si dipanano gli interrogativi in merito alla verità documentale di immagini “posate”, con effetti di luce difficili da trovare naturalmente in posti come il deserto del Sahara. Insomma, di qui a pensare che sia stato allestito un set, o che l’illuminazione sia stata “aiutata” artificialmente il passo è breve. Dove sta dunque il fotogiornalismo? Va da sé, per inciso, che l’uso del fotoritocco in postproduzione ormai non fa più… notizia: comprensibile, vista la necessità di “ripulire” le foto per renderle più suggestive e mediaticamente spendibili. Ma, laddove all’origine dello scatto ci sia il vero, regolare un po’ il colore o togliere due pelucchi non sarà certo la cosa più disonesta.
E ancora. Molti dei premiati proponevano, più che reportage tout court, operazioni ibride: gli incidenti rubati da Google Earth piazzando comodamente il cavalletto davanti al monitor, la sovrapposizione tra vecchie foto e attuale stato dei luoghi in Israele, i berlinesi che replicano le pose del profilo Facebook, gli irlandesi alle fiere… progetti con i quali molti artisti visivi camperebbero bene e riempirebbero pure un padiglione di Biennale. D’accordo: si tratta di testimonianze del presente… ma la notizia dov’è?
In definitiva, qual è il criterio di selezione adottato della giuria? Come viene assegnata la “palma”? (Perché – opinione personale – il primo gradino del podio alle Metropolis di Martin Roemers, banali fin dal titolo, pare proprio regalato…)
Tra parentesi, facciamo un po’ i campanilisti: perché mai le foto degli omicidi di camorra (vedi quelle, bellissime, di Stefano Renna) dovrebbero “valere” meno dei pulp-trucidati nelle narcoguerre messicane? E la munnezza? Ovviamente non è il caso di fare gerarchie nei disastri, eppure ve la sentireste di dire che l’emergenza partenopea non è stata una catastrofe ambientale? (magari qualcuno coglierà il suggerimento quando si dovranno  assegnare i riconoscimenti  per il 2011).
Paradossalmente, il mito del reporter d’assalto da questa esposizione esce un po’ ridimensionato. Visto che anche lo spettatore più ingenuo potrebbe chiedersi come sia stato possibile intrufolarsi in una prigione della Sierra Leone e fotografare indisturbati i condannati stipati in pochi metri quadri, o il secondino che dorme in mezzo alle scartoffie. Poi, sfogliando a caso un libro illuminante come “Autoritratto di un reporter” di Kapuscinski, uno che di reportage ne sapeva qualcosa, gli occhi cadono su queste righe: “Quando sei nei Terzo Mondo, o hai molti soldi o hai molto tempo”.


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