Trombati da Anish

19 giugno 2011

Anish Kapoor_Dirty Corner_2011_Fabbrica del vapore, Milano

 

No, se cominciamo così veramente rischio di rimanerci secca, davvero. Sento le pulsazioni accelerare ad ogni passo, al pensiero che tra un po’ verrò ingoiata da quella bocca… e poi? E poi non so: non se ne vede il fondo. E quella terra, quella che ci piove sopra dal tapis roulant, è per caso una metafora, una prefigurazione di imminente sepoltura? Morirò qui, dentro la Fabbrica del Vapore? Evaporerò anch’io? Esalerò l’alma nell’installazione di Anish Kapoor?
Almeno non ci avessero fatto firmare la liberatoria. Sarei più tranquilla. Invece ci hanno invitato cortesemente a compilare un foglio per assumerci le nostre responsabilità, cardiopatici e non.
Ma perché? Che succede là dentro?
E perché questa liberatoria? Un atto burocratico, che però fa svanire ogni emozione, o, al contrario, un espediente per aumentare la suspense?
Poco mi rassicura la pancia, fieramente rotonda, di una signora nei paraggi. Se hanno fatto entrare lei… (Ah sì? E se fosse una speleologa esperta?) Dietro, un paio di marmocchi se la ridono beati. Ma i ragazzini sono incoscienti, amanti del brivido, sprezzanti del pericolo: fanno il giro della morte sulle montagne russe ebbri di felicità, cosa vuoi che sia per loro una camminata a tentoni in un tubo di 57 metri x 8?

 

 

Bella è bella, l’installazione. Imponente. Quintali e quintali di acciaio color cammello, color caramello, color spirale di Richard Serra. Da una certa angolazione sembra una nave fenicia, da un’altra una tromba, da un’altra un fungo, da un’altra il classico fallo-vagina alla Kapoor.
Insomma, pensa quello che vuoi, ma dalla liberatoria pare che stai per essere inghiottito dall’inferno. Oppure sotto sotto te lo aspetti, perché tutti noi bramiamo sapere cosa c’è in fondo al tunnel.
Poi, se vogliamo fare i pedanti, l’idea in sé non è proprio originalissima: di queste passeggiate al buio ricordo al volo il labirinto di Gregor Schneider alla Fondazione Morra Greco, o la parete nera contro cui si va ripetutamente a sbattere quest’anno all’Arsenale (altro che ILLUMInations!). Ricordo perfino un’installazione dei ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli (di/versa/mente diverso, 2006, lo stesso di Schneider).
Ah, ma io se inizio a sentirmi male mi faccio luce col telefonino. Una cosa sacrilega. Povero Anish e povera arte. Ma io ho paura. Oppure ho paura di non avere questa paura.

 

 

Entriamo, lo spirito felice e avventuroso dei ragazzini al parco divertimenti. Si cammina, si scherza, si parla. Nessuna tensione. Ci si volta a guardare quelli che sono in fondo, finché c’è un po’ di luce, magari dopo non ce ne sarà più, verremo risucchiati dalle tenebre. Invece la luce ci sarà, fino alla fine. Debole, ma ci sarà.
Chissà se quando moriremo sarà così, dice Daniela, che guida la fila indiana.
Certo non ci faranno firmare una liberatoria, risponderei, se non fosse una battuta inopportuna. Anche perché in quel momento sto pensando a Dante, a Beatrice, a Virgilio.
Siamo un gruppo, non ci hanno separati. Forse, se mi avessero lasciata da sola a dare una craniata contro il cor-ten, non mi sembrerebbe un gioco, forse sarei più coinvolta.
La camminata finisce presto. Per toccare davvero il fondo, però, dobbiamo stendere parecchio le braccia.

 

 

Si esce a destra, e a destra ci sono le toilette, un po’ come agli sbarchi in aeroporto. Fine della poesia. Siamo fuori dal tunnel, un po’ delusi. Neppure la terra scaricata dal silos all’esterno ci convince molto.
Sostiamo ancora qualche minuto davanti all’imboccatura dell’opera. Dall’interno provengono schiamazzi, e ancora risate. Reazione istintiva? Trucco per esorcizzare il disorientamento?
Insomma sei euro per una passeggiata di tre minuti ci sembrano decisamente troppi. Pure se ce ne metti vicino altri 4 e vai a vederti la seconda parte della mostra, che però è lontanuccia. Pure se nel prezzo del biglietto è incluso il documentario: 22 minuti in una stanzetta angusta, quando entriamo solo posti in piedi. Forse la liberatoria era per quello?

 

 

Post scriptum. La scorsa notte ho fatto un sogno. Ho sognato di essere dentro l’installazione di Kapoor. Questo mi fa pensare che dovrei cancellare tutto quello che ho scritto prima.


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