Claude Collins-Stracensky

28 marzo 2010

Milano, Nicoletta Rusconi

La finestra di fronte. Giochi di luce e di riflessi, ikebana fotografici e piccole “serre” in cui naturale e artificiale si incontrano. Una personale olistica dalle molteplici prospettive, che sconfina oltre gli spazi della galleria…

Naturale e artificiale. Affronta una dicotomia ampiamente discussa e rappresentata Claude Collins-Stracensky (Lakewood, Ohio, 1975; vive a Los Angeles). Lo fa però con estrema eleganza, in un’“emanazione” del solo show tenuto lo scorso anno all’Hammer Museum di Los Angeles. Schermandone le finestre con pellicole colorate, l’artista regola innanzitutto la luminosità dello spazio espositivo, polo di un’attrazione reciproca tra interno ed esterno. La mostra dentro viene infatti concepita in stretta relazione con quel che c’è fuori, coinvolgendo anche la strada, il palazzo prospiciente, il fioraio all’angolo, il formicolio dei passanti: un piccolo reality quotidiano, zoomato da cerchi che indirizzano lo sguardo.

Oblò che “ritagliano” visioni obbligate, in un peep-show meticoloso e raffinato, che vive in funzione del continuo confronto con lo spettatore, perseguito altresì disseminando di specchi – tondi anch’essi – la galleria. Le diverse componenti del progetto risultano così omologate in un ludus venato di tentazioni concettuali, avente quale esito estremo un’altra opera, totale e onnicomprensiva, frutto della sintesi tra ambiente, visitatore e oggetti. Somma che disperde il punto di vista coatto di cui sopra in una miriade di prospettive, compresa quella, preclusa al visitatore, di vedersi quale rovescio della medaglia: “pezzo” dell’installazione di cui è fruitore. Scopo dell’artista è quello di sollecitare un’esperienza olistica, nella quale le sovrastrutture culturali e scientifiche possano armonizzarsi con una più spontanea e sincera circolazione d’energia spirituale. Due i tipi di lavori presentati. Innanzitutto le sculture: “scatole” fumé o colorate, un po’ incubatrici un po’camere oscure, che attraverso la luce trasparente e liquida lasciano intravedere micromondi di materiali diversi ed elementi vegetali, come compositi ikebana. La disciplina giapponese della disposizione floreale raggiunge l’acme estetico nelle fotografie: tecnicamente notevoli – pur senza particolari accorgimenti -, formalmente perfette, nella patinata freddezza dell’immagine preservano sublimandola la natura naturata, perfezione cristallizzata custodita dal gesto sorvegliatissimo dell’artista.

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anita pepe

mostra visitata il 13 febbraio 2010

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