Darren Almond

19 dicembre 2005

Napoli, Galleria Alfonso Artiaco

L’Artico da Artiaco. Estremo, crepuscolare, poetico, Almond scivola e arranca tra i ghiacci, verso un’inattingibile meta. Unico traguardo certo, lo smarrimento del pubblico. Che avanza tentoni…

Cesura. Netta. Forte. Stacco di testa e di pancia. Succede vivendo la mostra di Darren Almond (Wigan, 1971), che il Turner Prize, quest’anno, l’ha mancato d’un soffio, ma in compenso maneggia il tocco delle tempeste. Che scoppiano a sorpresa. E la sua personale da Artiaco è esempio, magistrale esempio, di questo tradimento, di questo sturm un drang che si consuma a danno e beneficio dello spettatore in due momenti: il primo di bassotuba e retina, il secondo tutto di timpani e addominali. Scenario unico, il Polo Nord. Dici Artico e ti viene subito in mente il ghiaccio. Dici ghiaccio e ti viene subito in mente un biancore abbagliante, di calce brinata. Invece, nelle cinque foto della serie Artic plates, il gioco delle libere associazioni coatte salta completamente in aria, in un’atmosfera rarefatta e fuligginosa da allunaggio, disfacendosi in una coltre in scala di grigi nella quale brancolerebbe pure Alan Charlton, ma dove restano intrappolati pure i vapori “ereditati” da Turner (il pittore, non il premio). Nebbia da lunga esposizione, diaframma spalancato su una palude caliginosa e algida come il Cocito dantesco. Altro che pinguini zampettanti, eschimesi sorridenti in igloo scintillanti, teneri orsi dalla candida pelliccia… Al diavolo queste scempiaggini da spot al mentolo, sembra dire Darren, perché qui non solo la natura non produce rose né fiori, ma l’esistenza stessa è lotta feroce, pur non priva d’una sua eroica poesia. Certo, dopo queste immagini non t’aspetteresti che accada quel che accade, anche se quella foschia pare presaga, anche se la scritta sulla targa arancione “Scott” pare ammonire i più temerari: la meta non è tanto lontana, ma bisogna ugualmente procedere con cautela, perché l’esploratore del Polo Sud, Robert F. Scott appunto, lasciò le penne ad appena 11 miglia dal traguardo.

In ogni caso, impossibile non rimanere spiazzati girando la pagina del capitolo II e la maniglia della piccola dark room. Buio da vertigine, rumore assordante. Sullo schermo, come una locomotiva nella steppa, corre disperatamente “Artic pull”, videonarrazione di un’esperienza estrema, reale e simbolica, vissuta in prima persona dall’artista che, dopo aver montato la telecamera sulla slitta, se n’è accollato il traino. Rabbiosa e dolente presa di coscienza dell’insostenibile durezza del sopravvivere. Intollerabile, come il frastuono amplificato, come la condizione di chi non può riconoscere l’equazione nido-calore. Quello stridere di treno in corsa diventa allora voce del sangue lacerato dalla fatica, affanno impetuoso della bestia umana che arranca. Altro che l’acqueo Turner che cancellava malinconicamente i confini tra cielo e terra. Altro che fumo di Londra. Qui nell’oscurità s’aggruma la sofferenza, le viscere s’impietriscono per il tumulto emotivo e sonoro generato da quelqualcosa che raspa, gratta, ansima. È l’uomo, che in mezzo al gelo raschia il fondo di quel barile d’aringhe affumicate che è la vita.

anita pepe

mostra visitata il 9 dicembre 2005

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