Giambattista Vico

2 maggio 2009

Lui sì che è un homo historicus doc. In linea col tema del “Maggio” di quest’anno, Giambattista Vico invita ad una passeggiata tra i decumani, teatro di quasi tutta la sua vita (come attestano alcune lapidi disseminate tra piazza Gerolomini e Spaccanapoli). Scorrendo la sua biografia, si può romanticamente dedurre come il filosofo fosse predestinato alle lettere e alle speculazioni intellettuali: suo padre Antonio, infatti, aveva casa e bottega in via San Biagio dei Librai 31. Cosa vendeva? Libri, naturalmente.
Il piccolo Giambattista crebbe dunque fra le pagine, nonché fra mille ristrettezze (dovendo i genitori sfamare ben otto bocche). Bambino vivacissimo e precoce, a sette anni cadde da una scala, rompendosi il cranio. La sentenza del “cerusico” – racconta lo stesso Vico nella sua autobiografia – fu lapidaria: “O ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido”. Diagnosi smentita dai fatti, ma che costrinse il fanciullo a star lontano da scuola per tre anni. Ad ogni buon conto, il ruzzolone potenziò il… bernoccolo del genio, che non solo recuperò prontamente il tempo perduto, ma progredì senza sosta negli studi, seppur da autodidatta.
Se però il suo sapere si accresceva, non altrettanto si poteva dire delle sue sostanze: per questo, accettò l’incarico di precettore dei figli del marchese Domenico Rocca, trasferendosi nel castello di Vatolla, nel Cilento. Il maniero, all’epoca dotato di una ricchissima biblioteca, è oggi animato, durante il periodo estivo, dalle numerose iniziative della Fondazione Vico, che a Napoli ha “adottato” anche San Gennaro all’Olmo, all’angolo tra via San Biagio dei Librai e via San Gregorio Armeno, dove l’assertore dei “corsi e ricorsi storici” era stato battezzato nel 1668: probabilmente fondata nel IV secolo da Costantino, o eretta dal vescovo Agnello nel VII sec. d. C., la chiesetta, già depredata e danneggiata, era stata chiusa dopo il terremoto dell’’80; recuperata grazie alla Fondazione, apre però raramente (nel 2006, ad esempio, è stata “palcoscenico” della mostra di Gregor Schneider organizzata dalla Fondazione Morra Greco).
Tornato a Napoli dopo nove anni, “come forestiero nella sua patria” (condizione di “esiliato” comune a molti intellettuali partenopei d’ogni epoca), Vico ottenne una cattedra di eloquenza e retorica all’Università e, dal 1732, l’incarico di storico regio conferitogli da Carlo III di Borbone. Le difficoltà economiche, in ogni caso, tornarono spesso a riaffacciarsi, tanto da costringerlo a vendere un prezioso anello di famiglia per pubblicare il suo capolavoro, la “Scienza Nuova”, sfrondata di alcune parti per sostenere i costi di stampa.
Nel frattempo, nella chiesa di Sant’Angelo a Segno in via Tribunali (tra piazza San Gaetano e la Pietrasanta, oggi quasi sempre chiusa al pubblico, spogliata delle tele di Simon Vouet e Giovanni Balducci, custodite al Museo di Capodimonte, e il cui originario impianto paleocristiano era già stato stravolto nell’Ottocento) aveva sposato Teresa Caterina Destito e, dalla “stanzetta” di via San Biagio dei Librai 25, si era trasferito in vicolo dei Gerolomini 15.
Neppure questa sistemazione, però, durò.
Il 23 gennaio 1744 scoppiò una vera e propria rissa da cortile in un palazzo dei Gradini dei Santi Apostoli (dunque in zona San Giovanni a Carbonara): intorno alla bara di Vico, infatti, si era accesa un’aspra contesa tra i colleghi cattedratici e i componenti dell’Arciconfraternita di Santa Sofia, di cui il caro estinto faceva parte. Oggetto del contendere, il diritto di reggere i fiocchi della coltre funeraria per camminare così in prima fila. Un diverbio che costrinse a rinviare i funerali al giorno dopo, giacché i confratelli dapprima minacciarono i professori federiciani, poi, per protestare contro la presenza di Nicola Merola, amico e confessore del defunto, spensero le candele e abbandonarono la bara in cortile.
Salutato in modo poco degno della sua grandezza, Vico venne pianto in pompa magna l’indomani, e sepolto nella chiesa dei Gerolomini (una lapide al 112 della piazza omonima lo ricorda). Ma, a giudicare dal modo in cui, in questi ultimi anni, la chiesa è stata chiusa e riaperta a singhiozzo, “riposare in pace” è un’espressione grossa…

(Roma, maggio 2009)

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