Christian Leperino e il senso del sacro. Il corpo offerto in sacrificio per l’arte

10 aprile 2009

Al museo del Suor Orsola Benincasa

 

“Questo è il mio corpo”. Offerto in sacrificio per l’arte. Potrebbe completarsi così, con una parafrasi cristologica, il titolo della mostra che Christian Leperino ha sviluppato nell’ambito del progetto “Anatomy. Human Urban Spaces” e offerto alle iniziative del “Sabato delle idee”. E molto c’è di sacro e religioso, in questa ostensione d’artista, a partire dalla location di un percorso che si mescola (e talvolta si mimetizza, come il delicato “Hyppeastrum chiasma”, le cui preziosità ricordano i commessi marmorei degli altari) alle opere custodite nel Museo dell’Università Suor Orsola Benincasa. Così, tra tele, sculture e arredi liturgici sei-settecenteschi, fanno capolino i lavori dell’ex enfant prodige di Ponticelli, che ora è cresciuto e, accantonata l’epopea metallara dei cyborg metropolitani, affonda i pennelli e le mani nella verità della carne, tanto di quella umana quanto, metaforicamente, di quella urbana. Ricompaiono così i suoi “Cityscapes”, scorci di periferia grigi, tetri, fumosi, appesi ai lati di un Crocefisso che potrebbe simbolicamente rappresentare un qualunque abitante di questi ghetti. Ancor più “sporca”, quasi fino alla cancellazione dell’immagine stessa, è la grande tela che, battezzata con un’esplicita citazione virgiliana (“Sunt lacrimae rerum”), sovrasta l’installazione pensata per la ruota conventuale: calchi di crani e libri in cera, con i quali Leperino, scegliendo un linguaggio cromaticamente neutro e la diffusa poetica del ricalco, risolve in un accorato memento mori la trasmissione del proprio messaggio, concessione parziale e centellinata di uno scambio spirituale e materiale attraverso il tradizionale meccanismo di comunicazione della clausura. La cera, materiale caro agli scultori barocchi e agli anatomisti, ricopre anche il calco in vetroresina di un corpo – già esposto a gennaio a Bologna, tra gli eventi “off” di Artefiera – adagiato sul nudo pavimento, che richiama i cadaveri posti sul tavolo settorio, con un’enorme scheggia di cristallo conficcata nel torace, proprio nel punto in cui si comincia ad eseguire l’autopsia. Simbolo di un autore che provocatoriamente si offre allo spettatore, sfidandolo a un rito di condivisione quasi cannibalesca, tanto distante dallo sbracato esibizionismo/voyeurismo di oggi quanto dall’estatico, e forse vagamente sensuale, Cristo morto di fattura settecentesca che, sul suo catafalco, si contorce specularmente. Una mostra che oscilla continuamente tra un crudo rivelarsi e un meditabondo appartarsi: dietro l’“Andata al calvario” di Ribera, si fa quasi fatica a scorgere, “seduta” gambe penzoloni sulla teca di un San Sebastiano, la piccola figura in alluminio che, il cappuccio tirato sulla testa come quello di un monaco eremita, nasconde il volto tra le mani: disperazione, o meditazione, fatto sta che “Les yeux du monde” spesso non possono – e non vogliono – vedere.

 

(Roma, 10 aprile 2009)

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