Sarah Ciracì, artista dei due mondi

11 novembre 2008

Intelligenza artificiale e intelligenza naturale, misticismo ed empirismo, velluti e microchip. Alla sua seconda personale da Blindarte contemporanea, Sarah Ciracì si muove tra due mondi, e tra due emisferi. Mostra elegante e matura, nonostante qualche déja vu, ecletticamente condotta coniugando manualità ed apporti tecnologici. D’effetto i mandala, realizzati con circuiti elettronici stampati su vetronite e rame, e trattati con processi chimici tali da evidenziarne l’argentatura o la doratura. Opere in cui gli alleati e tiranni d’oggi e domani, “ricamati” su un superbo verde malachite o fluttuanti e “linkati” sotto la lente d’un immaginario microscopio, declassati rispetto all’uso quotidiano si nobilitano nel nuovo ruolo decorativo. Una riflessione sul progresso senza allarmismi né denunce, che vive di momenti teorici – tante le letture preparatorie, dal web a trattati di psicologia e cibernetica – e sperimentali, vissuti anche al di fuori dell’atelier. Frutto di un’esperienza presso l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova è infatti la foto evocante, nella piattezza dei piani prospettici, i ritratti rinascimentali e barocchi, con l’effigiato in posa e il cane accovacciato ai piedi. Il protagonista, però, non è il solito rampollo dalle gote dolci e lo sguardo malinconico, imprigionato fra trine preziose e sperduto sulla poltrona, bensì un bambino-robot di quattro anni, iCUB, che, dopo aver gattonato come un neonato in carne ed ossa, lo scorso anno ha imparato a camminare. Un futuristico umanoide progettato per apprendere, assiso su una sedia minimal, “antichizzata” con un cuscino rosso bordato di passamaneria, tra i drappi del set fotografico che calano come un ideale sipario sulla prima zona dell’esposizione. Per aprirsi, nella seconda, di fronte ad un’unica, grande tela completamente bianca. Ma che, “bombardata” di flash opportunamente direzionati, fa affiorare grazie all’acrilico fluorescente l’inconfondibile sagoma del cervello. Massa meravigliosa e misteriosa, rappresentata con la più tradizionale delle tecniche non tanto per approfondire il divario tra ciò che esiste in natura e ciò che è, invece, prodotto in laboratorio, bensì – sostiene l’artista – «per raffigurare realtà esistenti ma latenti, non direttamente percepibili, così come la materia grigia esiste nella sua interezza, ma possiamo percepirne solo dei bagliori. È il materiale, la pittura invisibile, che m’interessa». Un fantasmatico, intermittente monocromo popolato di presenze aleatorie e indistinte – da cui il titolo “Think fuzzy”, dove l’aggettivo “fuzzy”si riferisce direttamente alla logica sfumata e polivalente nata negli anni Sessanta -, che spinge la Ciracì ad un approdo metafisico e sollecita un interrogativo: è possibile conciliare spiritualità e scienza o sta prevalendo, piuttosto, una “religione della scienza”? «Anticamente scienza e filosofia – ribatte la poliedrica pugliese – erano indissolubilmente legate. Negli ultimi decenni si sta assistendo ad un riavvicinamento, come testimonia il proliferare delle medicine alternative, scaturito dal bisogno creare un ponte tra scienza e filosofia, di creare una scienza più umana. La nuova teoria fisica delle stringhe, ad esempio, si basa sull’idea che la materia è composta da microvibrazioni: non è un’idea lontana da quella di alcuni mistici, che cercano di sintonizzarsi su particolari vibrazioni per raggiungere conoscenze profonde». Conoscenze agognate dalla ragione, ma che alla ragione stessa sfuggono.

(Roma, 11 novembre 2008)

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