Rinascere con l’arte, protagonista l’ironia

4 settembre 2008

Alessandro Graziani a Castel dell’Ovo

 

 

Dall’erotismo all’erotismo, passando per il misticismo. È un’altra tappa del “giovane” lavoro di Alessandro Graziani quella proposta a Castel dell’Ovo, mostra organizzata dalla Effeerre edizioni di Franco Riccardo, con il patrocinio dell’assessorato comunale alla Cultura in collaborazione con Area Service di Orvieto. Prima di sbarcare sull’isolotto di Megaride, infatti, la rassegna è stata ospitata in primavera nel Palazzo del Vignola di Todi: cornici entrambi monumentali, quella umbra e quella partenopea, adatte ad ospitare opere che, in quanto al formato, non soffrono certo di complessi di inferiorità e, cromaticamente, non si pongono limiti.
Arrivato alla pittura dopo una lunga esperienza nel campo della moda (è stato assistente di Gian Franco Ferré, oltre che stilista per numerose aziende italiane ed estere), l’autore pare mettere a frutto in questa sorta di predisposizione “genetica” per la creatività (è nipote di Eugenio Viti) quanto ha appreso e praticato nel rutilante mondo del fashion: l’eccesso, l’apparenza, l’indifferenza di fronte all’accusa di strafare. Una smania di sfoggiare e di sfoggiarsi, ma senza tormenti e sensi di colpa, ma esternata come orgogliosa e distratta affermazione di un sé giocoso e positivo. E se due anni fa il debutto di Graziani presso l’Agenzia per l’Arte Contemporanea nasceva sotto l’egida del porno più esplicito, in questa rassegna il sempre vario magazzino iconografico di citazioni, ancora intriso di kistch, s’avvia ad un’articolazione compositiva più strutturata, scenografica e con un maggiore sforzo di ambientazione, laddove prima gli sfondi erano dominati dalle paleoscritture, tuttora presenti insieme agli animali, ai fiori lussureggianti e alle fantasie maculate e zebrate.
“Situation commedy” nelle quali Graziani porta lo scompiglio con citazioni, manipolazioni e travestimenti, pescando a casaccio miti, dei, eroi e mescolandoli all’oggi in un calderone di pacchianaggine nel quale sguazzano tutti, da Oriente a Occidente, dal passato remotissimo al Novecento: la leggendaria Nefertiti diviene una splendida top dalle gambe chilometriche e dallo sguardo assassino; Gesù un bel giovanotto un po’ hippie crocefisso con coroncine di fiori su una spiaggia da dépliant per una vacanza da sogno; Buddha una specie di manager in giacchetta e camicia plissettata, occhiali a specchio o chioma gonfia di messinpiega, mentre Ercole, esausto per le dodici fatiche, s’appoggia ad un aspirapolvere su un prato di moquette e il bronzo di Riace se la spassa ora in spider con una bionda mozzafiato, ora su un cocchio con un’avvenente pin up, lo sguardo disteso sulla Savana.
Di tutto di più, insomma, di tutto troppo, in una satira sulla società contemporanea condita da un ottimismo nei confronti della vita connesso all’adesione ai principi del buddhismo, di cui dà ragione lo stesso titolo della mostra, “Punarjanman” (“Rinascita”), quale “strumento di felicità e autorealizzazione”. Felicità condivisa e concretamente redistribuita il 10% del ricavato della loro vendita sarà devoluto ad Emergency)- Una visione serena e fiduciosa che divampa nei colori sgargianti (eredità anche di quel Brasile dove Graziani vive per alcuni mesi all’anno) di questi lavori su pvc, dove il digitale si accoppia alla matita, al carboncino e all’acrilico. E dove, dunque, l’esperienza e la perizia nelle tecniche tradizionali risultano accessorie. Più che pittura tout court, computer grafica, linguaggio che ultimamente, dopo la sbornia degli anni scorsi, pare in leggera flessione, pur presentando l’indiscutibile vantaggio di regalare a tanti la possibilità di salire sul palcoscenico dell’arte. Foss’anche solo per quel famoso quarto d’ora santificato da Andy Warhol. Uno che di mode e tendenze indubbiamente se ne intendeva.

(Roma, 4 settembre 2008)

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