Splendori campani a Milano

8 gennaio 2016

Affresco da Pompei, Casa del Bracciale d’Oro, oecus, parete sud, registro mediano. Intonaco dipinto, età giulio-claudia. Pompei, Casa del Bracciale d’Oro. Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia

Affresco da Pompei, Casa del Bracciale d’Oro, oecus, parete sud, registro mediano. Intonaco dipinto, età giulio-claudia. Pompei, Casa del Bracciale d’Oro. Soprintendenza Speciale per i Beni Archeologici di Pompei, Ercolano e Stabia

È stato l’evento dei record, quello dell’Italia che si rialza. Orgogliosa e operosa, senza paura della retorica. E se il dissidio tra “pro” e “no” Expo pare ormai messo a tacere dalle cifre, resterà aperto ancora per qualche giorno – al Palazzo Reale di Milano – uno degli eventi di punta che hanno accompagnato la kermesse mondiale. Una mostra che proponeva, ai superstiti delle lunghe file ai padiglioni, un viaggio in un gran bel pezzo di Campania e di Mezzogiorno, vista la provenienza di un rilevante numero di prestiti.
Aveva aperto infatti i battenti alla fine di luglio “Mito e Natura” che, in linea col tema “Nutrire il pianeta” dell’Esposizione Universale, partiva dall’intento di documentare come si sostentavano e come rappresentavano piante, frutti e animali gli antichi abitanti dello Stivale. Che non di solo pane vivevano, data la profusione di ori e oggetti di lusso (tra cui il famoso vaso blu in vetro-cammeo, gemma delle collezioni partenopee) che costellano il percorso organizzato da Francesco Venezia, già ideatore delle due tranche di “Pompei e l’Europa” presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli e gli Scavi di Pompei. Un allestimento, quello meneghino, visivamente spettacolare, salvo le perplessità suscitate dall’ultima sala, che ambienta il trait d’union tra presente e passato, ovvero le nature morte di Filippo de Pisis, tra pareti dai colori eccessivamente vivaci e dissonanti rispetto ai precedenti.
Per il resto, il ripensamento degli spazi crea un seducente disorientamento fin dall’inizio, con lo splendido Dioniso marmoreo che invita ad addentrarsi nel percorso. Un itinerario “inclusivo” e vivente, in cui tra specchi, luci e sfondi neri ci si può tanto ritrovare dinanzi all’essenzialità metafisica del “Tuffatore” di Paestum, quanto sgranare gli occhi per il gigantesco covone, antenato di tante rustiche macchine da festa del nostro Sud, fino ad uscire un attimo sul “viridarium” all’aperto, riprodotto sui modelli di duemila anni fa. Giardini veri, giardini ideali: presenza fissa nei peristili delle ricche domus, come gli smaglianti affreschi della Casa del bracciale d’oro a Pompei che, analogamente ad altre pitture di più ridotte dimensioni, vengono offerti ad una lettura “laterale” che induce i visitatori a sbirciare attraverso aperture strombate, in omaggio alla collocazione originaria e ad una volontà di ricreare il reale che sembra omaggiare ed emulare la precisione botanica e zoologica dei nostri antenati. I quali, alla fine dei banchetti, erano soliti offrire doni mangerecci ai propri ospiti: chissà se fra questi “xenia” (da cui derivò un filone di quadretti di genere) vi erano anche i cibi combusti dall’eruzione del 79 d. C., qui chiamati a fornire una piccola testimonianza delle abitudini alimentari dei Romani. I quali, dopo aver conquistato il mondo ingozzandosi di polta (una specie di polenta di farina bianca o di fave), non esitarono a convertirsi alle carni di murena, fenicottero e dromedario. Niente da invidiare, insomma, alle larve, agli insetti e ai coccodrilli che hanno fatto incuriosire (e rabbrividire) la folla di Expo 2015.

(Articolo pubblicato sul Roma, 8 gennaio2016)

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