Terroni si nasce

2 novembre 2012

Ma a Londra, Parigi e New York succede lo stesso?

Da quando vivo in un’altra parte del mio Paese, la domanda che mi viene posta più di frequente riguarda le mie origini. In sé, non la trovo una cosa né buona né cattiva: è una curiosità. Ed io la soddisfo nei modi implicitamente suggeriti dalla richiesta. Che va da un retorico Lei non è di qui, vero? a un più sottile E lei, con questo bell’accento, di dov’è?.
A proposito di accento, inserisco una digressione. Lo scorso Natale, in una brulicante strada napoletana, inciampo in uno di quegli incontri nei quali ti ritrovi a fingere grande familiarità. Complici le luci e l’atmosfera festosa, di fronte all’osservazione Sai che l’accento non si sente più come prima reagisco sfoderando un sorriso giulivo. Probabilmente devo anche aver farfugliato un Ma no, ma davvero, ma quando mai. Tre mesi dopo, realizzo che probabilmente non ero la destinataria di un complimento. In ogni caso, se non si è un dentista trovo indelicato guardare in bocca alla gente.
Comunque, dicevo, adesso mi tocca denunciare il luogo di nascita. Che può variare in base allo stato d’animo (mio) e al presunto livello culturale dell’interlocutore. Cioè, se non ho voglia di puntualizzare, rispondo genericamente Napoli (Tipo A). Se poi qualcuno, mostrando una certa conoscenza del Sud del Mondo, volesse approfondire – Ma proprio Napoli? -, allora si merita la provinciale verità (Tipo B). Quando invece mi capita di scendere subito nei particolari, mi compiaccio di aggiungere la distanza in km dal capoluogo e un Sono vesuviana in omaggio (Tipo C).
Devo ammettere che, talvolta, la mia geografia e il mio accento intermittente vengono sguainati con un che di fieramente provocatorio. All’occorrenza, risarcisco omissioni dei libri di testo (Sapevate che Virgilio viveva a Napoli?. Alunni ovviamente persi in un fruscio di pagine, a caccia di un’informazione che mai troveranno); ricordo che la probabilità di venir borseggiati/rapinati nella metro di Milano e nel Quadrilatero torinese e non solo sui Quartieri Spagnoli non è poi così remota; scandalizzo i cliché sorseggiando il caffè lungo del distributore automatico; nei casi limite, faccio violenza alla mia indole docile e ruggisco un Guarda che noi non rubiamo il lavoro a nessuno, quando qualcuno con distratta onestà mi rinfaccia il principio dei vasi comunicanti delle graduatorie. Insomma, fare il meridionale all’estero è un duro lavoro, a meno di non fare della macchietta di Napoli il tuo inoffensivo brand, tipo la Sicilia di D&G.
Un paio di giorni fa, guizzando tra gli scaffali di un negozio, vinco la coppia collega+coniuge. Convenevoli, sorrisi, chiacchiere. Si parla di scuola, iniziative di lotta, anni Settanta. Senonché, dopo quattro minuti, zac, arriva la domanda. Da tipologia B. Anche il seguito è piuttosto scontato.
Perché dopo la risposta si registrano generalmente tre reazioni: 1) all’intervistatore muore la parola in gola, si disseccano le fauci, la pupilla vacilla, il fiato si smorza in un sibillino ah, e a te vengono i sensi di colpa perché non puoi far niente per ripagare quella delusione, seppur prevedibile; 2) arriva l’incommentabile considerazione sulla discrepanza tra il mio aspetto fisico e le mie radici; 3) la confessione dà la stura ad una reazione a catena di Ah, ma io avevo un amico a Palermo; Oh, i miei ultranonni erano di Sant’Angelo dei Lombardi; Uh, mio cugino ha sposato una di Molfetta eccetera. Che tu non sai se è un outing liberatorio o una rassicurazione modello Io non ho niente contro i gay, ho perfino un amico gay. A volte ho la sensazione che vogliano consolarmi, dirmi che tutto sommato non è così terribile, che in fondo questo peccato originale mica me lo sono andato a cercare, che non sono l’unica a portare questa lettera scarlatta. Alcuni, addirittura, si spingono oltre la tolleranza, azzardando complicità con vocaboli ed espressioni vernacolari. Ci manca solo che si mettano a cantare. (Per qualche inspiegabile meccanismo che né Giustino Fortunato né Gaetano Salvemini indagarono, di fronte a un napoletano ci si sente in diritto di sbracarsi.)
Ma il capolavoro, tra gli scaffali del negozio un paio di giorni fa, doveva ancora venire. Perché, dopo un’effervescente reazione n. 3, il marito della collega ha chiosato: Siamo come i cani: le razze miste sono le migliori.
Qua la zampa, gente.

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Commenti

  1. daniele capra ha detto:

    Capita non solo ai terroni. Pure i veneti, come il sottoscritto, vengono trattati come i cani bastardini ad esempio da romanacci di alto (?) pedigree…
    E comunque in fin dei conti il nostro paese (“p” minuscola di rigore) é meno linguisticamente razzista di quanto capiti agli inglesi nei confronti degli scozzesi o degli africani!

  2. manu ha detto:

    quanto mi manchi terrona!!! la mia ulteriore variante alla risposta di cui sopra: sò da Taurr’! così in torrese puro, quando sono in pace con la mia città!:-))

  3. Eleonora Caracciolo ha detto:

    Bellissimo post! mi ha fatto un sacco ridere…perché sono le tipiche reazioni a cui assisto da una vita. Io, nata e cresciuta a Milano da genitori napoletani, quando mi chiedono di dove sono non so mai che dire e allora rispondo: “Sono di Milano, ma col sangue 100% napoletano”. A quel punto, per lo più, la reazione è di tipo B, con aggiunto il classico commento “Aaaahhh, Napoli è bellissima” : – Ma proprio Napoli? – Sì, Napoli Napoli. – Che quartiere? – Materdei – Ah. (non lo conosce mai nessuno, perchè tanto se non è il Vomero o i Quartieri Spagnoli…che ne sanno??) – Certo che non sembri proprio napoletana! (commento sulla discrepanza tra il mio aspetto fisico e le mie radici). E a quel punto non so mai cosa rispondere, perché sembra vogliano farti un complimento…ma perché dovrebbe farmi piacere non “sembrare napoletana”??? Bah.

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