Da(mna)re ad bestias

18 settembre 2011

“Dio santissimo, Prudenzia! Non stare alla finestra! E corri a cambiar l’acqua nel bacile, subito!”.

La giovane scivolò via sbuffando, lesta ai comandi della signora madre.

Artemisia arretrò, cercando tastoni uno straccio per nettarsi le mani. Il busto leggermente inclinato, le palpebre strette, studiava il piviale del diacono Procolo, cupo rubino ravvivato dall’oro. Scostò dalla fronte una ciocca di capelli, afferrò la tavolozza. La tela ricominciò a tremare sotto i suoi colpi. Che erano precisi, e incalzanti, come i pensieri che le si affollavano nella testa spettinata. Quella figlia, innanzitutto. Sempre svogliata, ultimamente, sempre sgarbata. Pur istruita nella pittura, non mostrava alcun talento, né passione. Si compiaceva piuttosto di suonar la spinetta, e lo faceva graziosamente, non foss’altro per il dispetto d’eccellere su di lei dinanzi agli amici e ai forestieri. “Del resto – obiettava Prudenzia – che necessità ha una femmina di lavorare? Una donna non ha che da badare alla casa e ai figli che il Signore le manda”. “Ma per maritarsi ci vuole denaro”, replicava Artemisia, soffocando la stizza.

E denaro sarebbe arrivato, com’erano venuti i due messi del vescovo di Pozzuoli Martin de Leon y Cardenas, per darle commissione di tre tele grandi per la cattedrale. Uno di loro, nel congedarsi, aveva indugiato nel baciamano, quasi per assicurarsi che la florida dipintora, indubbiamente una stravaganza dei mutati costumi, avesse cinque dita come tutti.

“Pozzuoli! Ma… il Tesoro, in Duomo?”. Preoccupata per la sua dote, Prudenzia eccitava e umiliava la vanità di colei che l’aveva messa al mondo: la Gentileschi, pittrice di grido che s’era vista negare l’opera più prestigiosa. “è un anno, figlia, che inviai la Storia del Battista in Ispagna, onde ne fui lodata da Sua Maestà Cattolicissima. – rintuzzava Artemisia – E con quel che si dice della Cappella del Patrono…”. Le voci volavano, da una bottega all’altra si mormorava di minacce, avvelenamenti, pugnali scintillanti fuori alle taverne. Vero però che lo Spagnolo non le aveva mai dato disgusto, pur se quando l’incontrava faceva esageratamente di berretta, ghignando col muso rincagnato e i denti guasti, imitato da una frotta di stolidi alunni. Le figlie, bellissime e superbe come regine, s’infilavano in carrozza a Palazzo e di qui, si malignava, nel letto del viceré. Chiacchiere, che entravano e uscivano dalle sue finestre, spalancate sul sole maturo d’autunno. Una luce di tempesta, quasi alla veneta, che si spandeva sull’architettura antica che Micco, due giorni addietro, non aveva creduto di sua mano. Di lei, cresciuta nella Roma degl’Imperatori. Cui, fanciulla, il famoso Agostino Tassi aveva insegnata la prospettiva. Trattenendola pei polsi, la schiena inchiodata al materasso, ferita nella carne cruda. “Non tanto dipingere, non tanto dipingere”, aveva sussurrato, mellifluo, prendendola per il gomito ed esortandola a passeggiare per la sala, con una delicatezza che non avrebbe più usato. E, dopo il sangue e le lacrime, l’aveva acquietata regalandola d’una pietra turchese. Presto, però, avrebbe imparato a non prestar fede ai giuramenti e agli anelli, manco a quello benedetto che a Santo Spirito in Sassia le aveva infilato Pierantonio, sparito poi chissà dove. Sicché era sola, e col cruccio di dover comprare uno sposo a sua figlia. Si risolse di scriverne quella sera stessa a Cassiano dal Pozzo, protettore e amico fidato.

Intanto – “non tanto dipingere, non tanto dipingere…” – la Gentileschi lavorava, e di furia, ansimando nel corpetto slacciato, fino a farsi dolere i palmi, le nocche, le braccia, le spalle. Di nuovo il tumulto della sfida le martellava il cuore, come quel giorno al tribunale di Corte Savella, mentre le cordicelle le spaccavano le dita come melograni maturi, per ottener confessione o diniego della violenza subita. Al tempo della tortura aveva diciott’anni, ma anche adesso, passati i quaranta, avvertiva intorno alle gonne il fiato corrotto della calunnia, gli artigli del fallo atteso e gustato anzitempo dai rivali. Le belve, quelle del quadro, le aveva lungamente cercate, nei libri veneziani e sulle incisioni tedesche, finché le aveva trovate, vive, nel serraglio del duca di Maddaloni: i leoni ingobbiti dalla tristezza, gli orsi impazziti per il continuo, vano strattonar la catena. Così le aveva ritratte, accucciate ai piedi del Santo, che martire ancora non era, e mite e severo levava la destra, quasi a domesticarli, o forse a benedirli, grande quanto il naturale, fermo nel disegno e semplice nell’abito, condotto con ricercato splendore di biacche.

L’avrebbero ammirata, ne avrebbero ancora celebrato la finezza d’invenzione, la sodezza di modellato, la dolcezza d’impasto?

Prudenzia tornò, recando il doppiere vacillante. La signora madre non se ne avvide. Stava ferma, avvolta dal crepuscolo, dinanzi al cavalletto, i pugni lungo i fianchi, gli occhi malinconici, le guance sfiorite.

La guardò, e per un attimo ne ebbe pietà.

(Roma, 19 settembre 2007)

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