TORTA ITALIA

29 agosto 2010

Mi hanno sempre infastidita quelli che si sentono in obbligo di vituperare sempre e comunque il Tricolore alla (qualsivoglia) Biennale. Soprattutto prima, e magari in nome di quelle logicuzze di campanile e di lobby che, sulla bocca dei detrattori, ispirano sempre gli altri, e mai se stessi. Però a volte ci si mette pure lui, il Padiglione Italia. E difenderlo diventa difficile. Due parole, dunque, sulla partecipazione nostrana alla 12. Mostra Internazionale di Architettura. Dispersiva? Incasinata? Semplicemente, anatomia di una nazione intontita e impotente che, incapace di guardare al futuro, ha messo troppa carne a cuocere. Un sinuoso kebab contro la carestia di idee, o se volete un bel gateau mariage a fare da espositore per Amnesia del presente, costola della mostra che “rilegge” (cit.) gli ultimi vent’anni dell’architettura dello Stivale, a detta del curatore Luca Molinari inghiottiti in un buco nero. E risorti su una torta nuziale di immaginette monocrome, sormontata nell’alto dei cieli da schermi su cui pontifica il Grande Fratello di turno, mentre sui ripiani Casabella trova posto accanto a Roberto Saviano. Che c’azzecca, direte voi? Ci azzecca perché, in un allestimento “arte povera” di masonite traforata e avvolgenti sedute di nuda spugna (eppure il comunicato stampa parla di “materiale ad alto tasso tecnologico”), AILATI. Riflessi dal futuro (anagramma che lo stesso Molinari ha l’onestà di definire “elementare”), molteplici sono gli argomenti affrontati, direbbero i latinisti, capitulatim. Ben dieci “famiglie tematiche”, dal quartier generale D&G alla villa del camorrista Schiavone, dalla casa di Depero a Rovereto alla Fondazione Vedova di Renzo Piano e, per la serie “Italiani brava gente”, gli interventi attuati in Africa. In una parola,  deja vu. Un’impostazione frutto di una precisa scelta curatoriale che, rinviando ad Internet il compito di aggiornarsi in tempo reale, esclude l’ipotetico e il futuribile (niente Ponte sullo Stretto, quindi) e concede deroghe solo per i work in progress (ma nel Belpaese della Fabbrica di San Pietro, sappiamo quanto può durare un cantiere). Una retrospettiva senza prospettive, che il sincero Molinari leva come un grido di dolore sullo stato dell’arte nel “Giardino d’Europa”: illuminante il suo testo, nel quale alla ricorrenza del termine ‘crisi’ si associa la denuncia (o, piuttosto, un rassegnato de profundis?) della ‘drammatica’ situazione di stallo, confusione e debolezza (parole sue) della nostra architettura. Insomma, l’impressione è che il povero curatore si sia trovato tra le mani una brutta gatta da pelare e abbia preferito gettare una spugna (non quella delle sedie) imbevuta di aceto in faccia a un Paese che di abusi, condoni, svendite del Patrimonio e cattedrali nel deserto non ne può più, eppure ci campa. Sfregiato, offeso, ma ci campa. Un dribbling degno del Baggio dei tempi d’oro, un libro Cuore di (cito ancora Molinari) “narrazioni imperfette, condivise, che cerchino di sfondare quel muro di cinismo e di paura che sta immobilizzando molte delle energie positive e libere di questo Paese”. Pure alla Biennale.

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