Danilo Correale

13 ottobre 2009

Genova, Chan

Le conseguenze del clamore. Un distillato di parole forti pescate dalla scena musicale underground.
E ricollocate in “celle d’isolamento” molto, molto particolari: la galleria, la strada…

Sommessamente engagé, e ultimamente appassionato d’archivi, per il blitz genovese Danilo Correale (Napoli, 1982; vive a Milano e Napoli) sintetizza l’indagine fotografica sul pubblico dei concerti underground, metal, hardcore e punk, condotta per un decennio in varie città europee. Lo spettatore, dunque, nel ruolo dell’osservato. Ma non è certo questo banale rovesciamento delle parti l’obiettivo di una “depurazione” insofferente tanto dell’estetica – sbrigata nella bicromia dark -quanto del messaggio in sé; interessano invece gli effetti di un mirato détournement. Fra i numerosi scatti, l’artista ha infatti selezionato solo quelli in cui si distinguevano chiaramente le scritte tatuate sui corpi o stampate sulle magliette degli astanti. E, successivamente, le ha riprodotte in una serie di manifesti, dei quali uno ingigantito e trionfalmente appeso in galleria, gli altri impilati per il take-away all’ingresso della medesima. Non si contestano ovviamente gli illustri déjàvu (Gonzalez-Torres su tutti), ma l’assunto di partenza enunciato dall’autore, fin dal titolo, è il Do it yourself predicato dalla band bostoniana SS Decontrol, tra i profeti di uno zoccolo ribellistico (più che rivoluzionario) che sembra però incapace di superare un certo antagonismo velleitario, bruciato tra i decibel dello show in forma sostanzialmente passiva. A ben vedere, inoltre, l’operazione di straniamento risulta duplice. Non solo perché si scava in una “nicchia” musicale, ma anche perché si veicolano lavori oltre la “nicchia” espositiva, con una campagna d’affissioni per le strade della Superba. Non tutte le opere, però, hanno ottenuto l’“imprimatur” dal Comune, a causa di alcune frasi in inglese su Dio e Satana che avrebbero potuto urtare i nervi più devoti.

Un progetto che, al di là dell’episodio “censorio”, testimonia come spesso la decontestualizzazione, anziché fungere da detonatore, faccia piuttosto da cassa di risonanza. Confermando un’elementare verità: avulse dal proprio ambito originario, le parole si prestano troppo facilmente a manipolazioni, fraintendimenti, strumentalizzazioni. Diventando quindi pericolose, specie per chi cerca qualcosa da temere. Ma chi porta addosso scritte del genere, che parlano di odio, rabbia, dolore, è davvero consapevole della loro carica -per usare un termine oggi tornato in auge – “eversiva”? In caso contrario, che gridi su una t-shirt, fra le pareti di una galleria o sui muri urbani, anche il più lapidario e aggressivo degli statement si riduce a uno slogan come tanti.

Sicché, nella Genova del G8 e degli scontri di piazza, l’ormai desueto lessico della rivolta rischia di deflagrare nella memoria. O, all’opposto, di diventare un’epigrafe sull’ultimo campo di una battaglia latente, sepolta sotto le ceneri di un Paese fiduciosamente rassegnato al peggio che deve ancora venire.

 

anita pepe

mostra visitata il 3 ottobre 2009

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