Quando l’arte profuma di mito

16 giugno 2009

Vincenzo Aulitto a Castel Nuovo presenta una serie di lavori ispirati a Capo Miseno

 

Capo, di nome e di fatto. È infatti il promontorio di Miseno il protagonista assoluto della personale di Enzo Aulitto in corso a Castel Nuovo: nella Sala Carlo V, lavori accomunati dal riferimento geografico e letterario all’estrema punta dell’area flegrea, battezzata col nome dal trombettiere di Enea caduto in mare, qui simboleggiato dallo strumento che s’inabissa tra le onde, nel video realizzato dal giovane Costantino Sgamato. In occasione della mostra è stato pubblicato un catalogo, con testi critici di Anita Pepe, Vitaliano Corbi e Aniello Montano, poesie di Mariella Tafuto e Mimmo Grasso, un’accurata conversazione tra l’artista e Diana Gianquitto e un “omaggio epistolare” di Erri De Luca che, in una lettera ad Aulitto, ripercorre episodi della sua infanzia e della sua adolescenza legati a Miseno. Rivelatore è poi il profilo umano e professionale tracciato da Nicola Magliulo, che rivela la complessità e, insieme, le contraddizioni del pittore: appassionato musicista, socialmente impegnato, promotore culturale, spiritualmente vicino al francescanesimo. Una molteplicità vissuta con una sorta di lacerazione, come se la partecipazione diretta, e spesso critica, alle vicende della propria terra si rivelasse inconciliabile con un’arte che di questa stessa terra canta soprattutto la bellezza, “usandola” anche tecnicamente, come materia pittorica, in una trama emotiva e sensuale sviluppata intorno ad un’ossessione iconografica. In “Mi-seno”, dove il gioco di parole è evidente, il rigoglio dei corpi sottolinea la dicotomia tra maschile e femminile nella contrapposizione tra colori freddi e caldi, accoppiati alla ruvidezza della terracotta. Sembrerebbe, insieme ai vari object trouvée, l’annuncio di un possibile passaggio verso la scultura, che però Aulitto “stronca” sul nascere: è la pittura, infatti, il mezzo a lui più congeniale, dalla tavolozza decisa, impetuosa, netta. Stavolta però per una consistente parte dell’allestimento la vivace policromia è “affogata”in toni indefiniti e contorni vaghi. Mano a mano, staccandosi dalla morbidezza romantica e surreale i lavori acquistano concretezza, tanto sotto il profilo formale quanto per la propensione ad una solida fisicità. Le stele installate al centro della Sala proiettano il visitatore in una foresta, quasi per cercarvi il ramo d’oro della Sibilla virgiliana. Veicolo, in questo caso, non per il mondo ultraterreno, ma per un qui ed ora che profuma ancora di mito.

 

(Roma, 16 giugno 2009)

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