Dieci anni d’arte alla Saletta Rossa

28 gennaio 2009

Maria De Vivo ripercorre la storia dello spazio da Guida Port’Alba

Rosso. Come la passione. Quella che accese la stagione d’oro della “mitica” Saletta della Libreria Guida Port’Alba, dalle pareti, appunto, color di fiamma. Una vicenda che Maria De Vivo ripercorre nel volume, prefato dalla compianta Pia Vivarelli, che verrà presentato oggi alle 18 da Antonio Dentale, Stelio Maria Martini, Toni Stefanucci e Angelo Trimarco, coordinati da Pasquale Esposito. Naturalmente in loco, o meglio nell’erede di quella stanza adibita a dibattiti e mostre che in breve tempo divenne cuore di una nuova vitalità culturale. Circoscritto al decennio 1963-1974, il lavoro della studiosa partenopea ne ricostruisce la storia non solo spulciando tra materiali d’archivio, ma soprattutto dando voce direttamente alle testimonianze dei protagonisti (alcuni dei quali oggi scomparsi, come LUCA e Pellegrino Sarno), prendendo le mosse da una sintetica contestualizzazione, alla ricerca di analogie e precedenti. L’indagine parte così dalla libreria-galleria Minerva in via Ponte di Tappia, fondata nel 1956 dal partigiano piemontese Aldemaro Ossella e dal napoletano Vincenzo Ziccardi, antesignana, almeno nel concept, del negozio ristrutturato sullo scorcio degli anni Sessanta da Alfredo Guida, storico editore che durante il Ventennio fascista aveva “osato” dare alle stampe nientedimeno che Il Capitale di Marx, e dai suoi figli Mario e Geppino. Fu, quell’ampliamento, l’atto di nascita della Saletta. Inizialmente, questa venne affidata al grafico Enzo Frascione, il primo a tentare l’esperimento espositivo con una collettiva di disegnatori portoghesi, poi a LUCA, alias Luigi Castellano, artista militante e animato da una granitica volontà ideologica, fulcro del gruppo di giovani creativi di “LineaSud”, impegnati – scrive l’autrice – in strenue “battaglie contro la città terribile, contro l’atrofia spirituale, il supino buonsenso e il solipsismo reazionario della critica”, incoraaggiate da “un’ansia di riscatto unita a progetti di cambiamento dai toni rivoluzionari”. Ideatore del “format”, per usare un termine oggi di moda, era Pellegrino Sarno, “regista accorto, umile, laterale, silenzioso, come quasi mai un napoletano potrebbe essere”. Parole di Achille Bonito Oliva, che nel 1966 prese le redini, organizzando in modo più sistematico il calendario della Saletta, spazio «molto infelice», «offesa involontaria» per le opere, con quel colore così pompeiano. Fu allora che, dopo un rassemblement di grafici cecoslovacchi, Port’Alba vide sfilare Renato Mambor, Pino Pascali, Emilio Isgrò, la Pop Art e la poesia visiva, importati da ABO in una città «morbida», sulla quale non si poteva costruire, ma da cui si poteva partire, «per avere una diaspora di andata e ritorno». Per catalizzare l’attenzione di quella realtà così curiosa e difficile, Bonito Oliva ricorse «alla presenza viva dell’artista, a cui facevo ogni volta un’intervista davanti al pubblico, per dimostrare che gli artisti sono pensanti e non sono solo degli “artieri”». Soirée puntualmente recensite dal grande Filiberto Menna, primo professore ordinario di storia dell’arte contemporanea in un’Università meridionale. L’avventura dell’«agitatore culturale e teorico» finì nel 1968, proprio a causa di una “diaspora”. Al momento di stasi seguì, nel biennio ’73-’74, il ritorno di Luca e del gruppo Prop-Art da lui fondato. Una breve parentesi, prima che le difficoltà finanziarie si mettessero di traverso e la Saletta finisse “vittima” di una vendita. Un pezzo di storia che se ne andava, ma che stasera tornerà dove tutto è iniziato. Non per ripetersi ma, semplicemente, per continuare.

 Maria De Vivo, La saletta rossa 1963-1964, Ed. Guida

 

 

(Roma, 28 gennaio 2009 )

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