Quei primi della ”Classroom”

20 giugno 2008

L’esercitazione conclusiva del workshop multidisciplinare curato da Salvatore Lacagnina

Questa non è una mostra, ma un racconto. È il documento di un lavoro di gruppo che per tre settimane ha tenuto banco al Madre. Mette subito le cose le cose in chiaro Gigiotto Del Vecchio, che con Stefania Palumbo e la collaborazione di Francesca Boenzi ha organizzato “Classroom”, primo workshop per giovani menti del museo Donnaregina. Diciotto tra artisti, filosofi e linguisti. Invitati, e non selezionati con un bando o un’application on line. Una «scelta curatoriale», motiva Del Vecchio, dovuta a «una questione logistica», legata al carattere sperimentale e all’esiguità del tempo a disposizione per questo progetto pilota, ideale prosecuzione ampliata del ciclo ”Four Rooms”, che la scorsa primavera ha visto debuttare nella Project Room quattro nomi di primo pelo. Sicché sono tornati Carlotta Sennato e Luca Mattei (che hanno rispettivamente selezionato la copiosa mole di fotografie e montato i video), Giulio Delvé, Corrado Folinea – autore dei disegni che intercalano il percorso – e Celesta Bufano, nel cui tunnel lo spettatore, seduto su una valigia mossa a forza di pedali, viaggia tra le facce dei… compagni di viaggio. Tutti immortalati nella lapide che Pasquale Pennacchio ha messo all’ingresso. E tutti sottoposti ad un’impegnativa full immersion di incontri e discussioni. A rinfrescare le idee, però, ci hanno pensato quei disco lacci di Moio & Sivelli, che, per il saggio di fine corso, hanno chiamato a raccolta i compagni di classe, mettendoli in posa con tanto di lavagnetta per la foto ricordo… prima che su di loro, dalle finestre del palazzo retrostante, si abbattesse il più classico dei gavettoni. Una complicità col vicinato sulla quale ha fatto leva anche Eugenio Tibaldi, che è andato a fotografare gli interni degli appartamenti limitrofi, nel simbolico tentativo di instaurare una comunicazione tra l’istituzione e la città. In ogni caso, la non-mostra non vuole tanto mettere in luce le singole personalità, ma il concept del progetto, ovvero destrutturare il “sistema dell’arte”, per infondere e cementare il concetto di comunità. A tenere le fila del discorso, Salvatore Lacagnina, già direttore della Galleria Civica di Arte Contemporanea di Siracusa, curatore di un laboratorio incentrato sull’idea di traduzione, quale «trasformazione del sapere in un altro sapere». Sicché l’esercitazione conclusiva di “Classroom” diventa «coi suoi pregi e i suoi difetti» la sintesi di un’esperienza in cui si è cercato di far capire come «l’arte rappresenta un pensiero forte sul mondo». Concetto elaborato in formato ridotto ed esposto non a parete, ma steso sui tavoli disegnati e disposti da Domenico Antonio Mancini, anche per quei problemi di low budget che spesso s’impongono alla giovane arte. Una mostra orizzontale, dunque, e soprattutto trasversale, vista l’interdisciplinarità dei saperi messi in campo (schematizzati nella mappa concettuale di Christian Costa e Alberta Laurentino), che ha affiancato ad artisti come Bianco-Valente, Giulia Piscitelli, Padraig Timoney e Diego Perrone, e ad addicts ”pesanti” come Adam Szymczyk, curatore della Biennale di Berlino 2008, linguisti, attori e scienziati. Tutti sotto i riflettori piazzati emblematicamente da Maria Adele Del Vecchio. ”We are here”, ribadisce a caratteri cubitali Danilo Correale sul tetto della Project Room. ”Noi ci siamo”. Anche se qualche volta fate finta di non vederci.

(Roma, 20 giugno 2008)

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